La punta anteriore della lingua è la parte più sensibile al sapore dolce, che le nostre papille gustative classificano in genere come “buono”, per tante ragioni legate all’evoluzione della nostra specie.
E’ un modo un po’ lungo per dire quanto sono buoni i dolci, di cui abbiamo visto un piccolo campionario nelle puntate precedenti, dal tiramisù allo atrudel.
Abbiamo però tralasciato un ingrediente fondamentale un po’ in tutte le ricette di dolci: lo zucchero.
In Italia consumiamo in media, ogni anno, 27 chili di zucchero. E’ un ingrediente decisamente comune, che mettiamo nel caffè, nel tè, usiamo per realizzare torte o più spesso consumiamo in prodotti già pronti.
Canna da zucchero
Lo zucchero ci piace proprio tanto. I nostri antenati ne andavano così pazzi da arrivare a deportare milioni di esseri umani dal continente africano a quello americano, perché lavorassero come schiavi nelle coltivazioni di canna da zucchero, anch’essa forzatamente portata nelle nuove colonie.
Questa pianta giramondo nasce molto probabilmente in Asia, considerato che la canna da zucchero si trova in India già un paio di millenni prima della nascita di Cristo. Viene poi coltivata in Cina e, nei secoli, prosegue i suoi viaggi per il mondo. Nel continente europeo arriva nel nono secolo grazie agli arabi (e dai!), che la piantano in Spagna meridionale, in Sicilia, a Cipro, a Malta. Così gli europei battezzano questa spezia prelibata “sale arabo”.
Con lo zucchero si arricchiscono i mercanti della Serenissima e molti altri commercianti, tant’è che già nel quindicesimo secolo si installano le prime piantagioni alle isole Canarie.
Ma è, appunto, in America che la canna da zucchero conoscerà il più grande successo, portata già nel 1493 nella colonia di Hispaniola dal solito Cristoforo Colombo. Nel Cinquecento il Brasile diventa il primo produttore mondiale, primato che detiene tuttora.
Dato che le coltivazioni di canna da zucchero sono luoghi troppo malsani per i bianchi, ma anche per gli schiavi indios, che muoiono come mosche, si trova presto la soluzione: deportare milioni e milioni di africani attraverso l’Atlantico, per costringerli a lavorare come braccianti. Oltre a causare un’ecatombe di innocenti, dunque, la nostra canna da zucchero vagabonda ha contribuito, non certo per sua volontà, a ridisegnare il continente americano anche dal punto di vista della popolazione.
Barbabietola
Ma lo zucchero forse più comune oggi nelle nostre dispense è quello bianco, che si ricava dalla barbabietola, ortaggio conosciuto fin dall’antichità, ma solo in tempi recenti associato alla produzione della dolce sostanza. Solo nel 1745, infatti, il primo zucchero viene estratto da una barbabietola dal chimico tedesco Andreas Sigismund Marggraf.
A fare il successo della barbabietola da zucchero ci pensa Napoleone, a cui piacevano i dazi come a molti altri leader prepotenti: con il suo blocco anti inglese del 1806 costringe il continente europeo a trovare un’alternativa alla canna da zucchero. E l’umile barbabietola diventa quell’alternativa.
Quanto sia stata diffusa e importante questa coltivazione, almeno fino a qualche decennio fa, anche da queste parti ce lo ricordano mille ruderi di zuccherifici, che spuntano perfino nei comuni più sperduti del Delta del Po.
Intanto, però, la nostra canna da zucchero vagabonda è da tempo tornata in auge e oggi soddisfa due terzi della produzione mondiale del prodotto.
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