Letture: “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque

Soltanto l’ospedale mostra che cosa è la guerra.

È nei feriti e nei moribondi, nei mutilati, nei corpi devastati che si svela “il vero volto della guerra”, per usare le parole di un tenente italiano sul fronte della Grande Guerra (citato qui).

Non so perché l’ho letto adesso, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, romanzo che stava sulla libreria da chissà quanto, venuto da chissà dove. L’ho letto forse perché avevo appena terminato “Il moro della cima” di Paolo Malaguti e la Prima guerra mondiale mi era rimasta attaccata addosso. Forse l’ho letto anche per bisogno di scacciarmi da attorno il ronzio della retorica bellicista di questi tempi, che continua a sussurrare che la guerra è bella e giusta, pulita e tecnologica.

Questa è una guerra di un secolo fa, ma il suo orrore non è poi diverso dall’orrore delle guerre di oggi.

Non c’è molta differenza tra i ragazzi in divisa sbudellati e storpiati nella guerra di trincea e i soldati ucraini e russi che si sbudellano e storpiano per un lembo di terra oggi. Non c’è nulla di bello e pulito nei bambini fatti a pezzetti dai droni nella guerra civile in Sudan o nei cadaveri mangiati dai cani tra le macerie di Gaza. 

Così come c’è poca differenza tra i politici e generali che allora mandavano migliaia di ragazzi semplicemente a farsi scannare in insensati assalti e i politici e militari che oggi pianificano stragi sono più avanzate tecnologicamente.

Non solo per questo”Niente di nuovo sul fronte occidentale” ha l’inestimabile immenso valore di una storia universale.

È prezioso anche per l’assoluta mancanza di quella fetida retorica patriottica funzionale solo alla creazione di nemici. Perché le vicende e i sentimenti di questi giovanissimi tedeschi mandati a massacrare o essere massacrati sono in fondo speculari alle vicende e ai sentimenti dei loro coetanei francesi dall’altro lato del fronte, di quelli italiani nelle trincee del Veneto o del Friuli, oppure degli austriaci contro cui i “nostri” combattevano. 

Di recente ho visto “1917”, film di Sam Mendes, ispirato alla storia del nonno, soldato inglese sul fronte francese. Pur essendo un film memorabile per la tecnica con cui è stato girato (un unico piano sequenza dall’inizio alla fine), mi ha lasciato addosso un senso di disagio: c’è da un lato o ritratto epico e glorioso della guerra, dall’altro una visione manichea (gli inglesi buoni, i tedeschi cattivi), che mi riesce davvero incomprensibile accettare ad oltre un secolo di distanza dai fatti.

A Remarque c’è invece da essere grati proprio perché a questa retorica fortunatamente rinuncia subito.

Il protagonista è consapevole di combattere perché deve combattere, ma anche che i suoi “nemici” fanno altrettanto. Non nasconde la spietatezza della guerra, ma non abiura mai alla pietà umana. 

I suoi protagonisti hanno chiaro da subito che non c’è gloria nella loro giovinezza buttata per sempre tra le trincee. Alla fine proprio il suo protagonista ne dà una definizione, tra le più sincere e impeccabili: “Dei popoli spinti l’uno contro l’altro, e che senza una parola, inconsciamente, stupidamente, in una incolpevole obbedienza si uccidono a vicenda”.

Sinossi allegra

Un gruppo di ragazzi tedeschi si arruola per la grande guerra del 14-18 e corre a coprirsi di gloria al fronte.

Lì scopre che la bella guerra, cantata dai patrioti nel tepore dei salotti, ha più l’aspetto di una trincea fangosa in cui si aspetta il proprio turno di morire orribilmente, di latrine intasate di merda per la dissenteria, di ospedali dove per lo più si finisce il lavoro iniziato dai soldati avversari o di campi di battaglia brulicanti di una miriade di esseri umani – a volte miracolosamente vivi – senza gli arti, con le budella di fuori e altre mise da zombie walk.

Mentre tutti muoiono come le mosche, il protagonista inizia a convincersi che questa guerra non è poi così bella e che i nemici che combattono sono dei poveri cristi come loro. Insomma, che tutto ciò è assai stupido e infame.

Spoiler: alla fine dal fronte non torna quasi più nessuno vivo o intero. I governi ringrazieranno i loro generali per questa eccellente macelleria di ragazzi, intitolando loro piazze, viali, stazioni dei treni. I popoli sconfitti e decimati voteranno gli imbecilli di Hitler e Mussolini e si rificcheranno in un’altra guerra, perdendola ancora. Bravi! Ma questo il libro non lo dice.

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