Detesto le melanzane, mentre Francesca le adora. Credo quindi che il mio capolavoro in cucina siano le melanzane alla parmigiana, piatto che preparo senza averlo mai assaggiato in vita mia.
Naturalmente, anche questo classico piatto italiano è il risultato di un melting pot. Con buona pace del nome, che rimanda alla pianura padana, l’origine è molto probabilmente del Sud Italia. Del resto, la sua somiglianza con la moussaka – piatto diffuso in mille varianti dai Balcani al Medio oriente – fa sospettare che il viaggio della parmigiana inizi anche in questo caso da fuori confine.
Melanzane
Sia come sia, almeno due ingredienti di questo piatto sono sbarcati in Italia in tempi recenti. Uno è naturalmente il pomodoro, immigrato americano di cui abbiamo detto a sufficienza nelle precedenti puntate.
L’altra è la melanzana. Anche questa solanacea nasce in estremo Oriente e resta sconosciuta alla tradizione gastronomica italica almeno fino al Quattrocento. Dobbiamo ringraziare ancora una volta i mercanti arabi, se in questo secolo la melanzana si diffonde dal Nord Africa fino alla Spagna e alla Sicilia. Da quest’ultima proviene tuttora quasi un terzo della produzione di melanzane in Italia.
Patate
Non vale la pena spendere parole per elogiare le radici italiche degli gnocchi di patate, ottimi al ragù, al pomodoro oppure – variante rodigina, da me particolarmente amata – con burro, zucchero e cannella. Tre condimenti zeppi di ingredienti giramondo, per un piatto che si basa su tuberi importati dall’America dopo le scoperte colombiane.
Insomma, siamo di nuovo a parlare della conquista dell’America, con tutto il suo carico di controversie, esplose anche in anni recenti: se per i nativi americani (e per milioni di africani) non c’è alcun dubbio che l’arrivo degli europei nel continente americano sia stato l’inizio di un autentico flagello, è altrettanto indubbia la quantità di vantaggi per gli abitanti del vecchio continente. Qui pomodori, patate e mais hanno sfamato milioni di persone.
Senza la “scoperta” delle Americhe, sui banchi dei fruttivendoli oggi cosa troveremmo? Non le zucche che conosciamo oggi, lo abbiamo visto, e nemmeno le verdi zucchine. Non certo le patate, s’è detto, né tanto meno i peperoni o le mille varietà pomodori, alcune create ex novo solo negli ultimi decenni, come il mitico pomodorino di Pachino.
Mele, pere e kiwi
Insomma, in un mondo a compartimenti stagni come piacerebbe ai sovranisti – in cui, cioè, i popoli e le creature viventi non si incontrano, non si mescolano, non si contaminano a vicenda – i banchi frutta italiani sarebbero desolatamente vuoti. O comunque molto diversi da come siamo abituati a vederli.
Diciamo che troveremmo mele e pere, arrivate dall’estremo Oriente in tempi antichi. Mentre i mandarini, sempre di origine orientale, in Italia sono comparsi solo nell’Ottocento. Ancora più recente è l’ibrido noto come clementina o mandarancio.
Quanto al kiwi, nasce in Cina, viene portato in Nuova Zelanda all’inizio dell’Ottocento e oggi è una coltura diffusissima perfino in Polesine, dove occupa oltre centinaia di ettari di piantagioni.
Non credo serva approfondire da dove vengono le banane, che certo non si coltivano in Italia. Anche se chissà cosa ci riserva il futuro: “grazie” al surriscaldamento globale in Meridione si coltivano da tempo manghi e avocado. In un prossimo futuro anche le banane potrebbero diventare anche loro un prodotto tipico italiano, magari con il loro bel marchio di Indicazione geografica protetta e magari qualche polemica tra due province o due regione sull’esatta paternità del frutto.
Nella prossima puntata, viaggio in montagna per scoprire i prodotti di queste terre antiche e immutabili.
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