È una mattina dei primi anni Duemila. Cammino sotto il portico lungo viale Marconi. Oggi il mio umore è pessimo e il cielo è grigio, anzi bianco sporco. Potrei dire che è bianco sporco anche il mio umore. Più cerco di tirarmi su di morale, più mi sembra chel’amarezza sia continuamente rintuzzata da un demone dispettoso.
Cammino distrattamente, eppure quasi con rabbia, con passo violento, in linea retta.
Una signora, vestita bene e di bell’aspetto, di aspetto di signora dell’alta borghesia, la immagino una donna colta, incrocia la mia traiettoria con lo sguardo e io incrocio la sua. Stiamo per collidere.
Scartiamo entrambi a destra e poi a sinistra, tentando di schivarci a vicenda, una simultaneità di pensiero per evitarci, che ci porta invece a continuare a rimanere in rotta di collisione. Riparo io alla confusione spostandomi nuovamente di lato e lei sfoggia improvvisamente un sorriso divertito, quello di chi conosce già una gag assai comune, ma proprio per questo la trova divertente. Sorrido anch’io con gentilezza e i nostri sorrisi sciolgono la tensione di quella possibile collisione. La situazione, da pericolosa, diventa comica, leggera.
Scompariamo l’una alle spalle dell’altro. Usciamo uno dalla storia dell’altra.
Per un istante quell’imbarazzata condivisione con una persona sconosciuta mi ha fatto dimenticare quel bianco sporco che avevo dentro e che mi accompagna lì fuori.
Poi lo sbuffo di un autobus mi richiama pedante alla realtà. Leggo la targa luminosa della destinazione, un mosaico di puntini arancione, che in quel grigiore compongono il nome di una fermata che conosco e che riporta a galla vecchi ricordi. Sempre gli stessi, proprio quelli che avevano tinto di bianco sporco la mia giornata.
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