È in corso la sesta estinzione di massa della storia del pianeta.
Se dovessi piazzare scommesse su chi sopravviverà a tutto questo, non avrei alcun dubbio sugli amici scarafaggi, che in fondo ne hanno passate indenni altre due o tre in 350 milioni d’anni di spensierato zampettare sulla Terra.
E poi scommetterei su qualcuna di quelle piante che crescono un po’ dove cazzo vogliono. La parietaria le graminacee, i papaveri, il tarassaco, il trifoglio, la piantaggine, il senecio, la borsa del pastore, il convolvolo capaci di attecchire nelle crepe, sui muri, ai margini delle strade, pronte a riprendersi il loro spazio vitale alla prima occasione.


Dove va la parietaria
Provateci pure a liberarvi della parietaria. Quella sbuca generosa tra le crepe del selciato, in cima agli edifici, nelle aiuole disseccate da distese di lapillo. Scala le antiche mura medievali, mentre noi stiamo qui a discutere di quanti alberelli dovremmo piantare per scongiurare l’apocalisse climatica.
Esplode in improbabili cespugli, si arrampica fino a irraggiungibili pertugi, riporta la vita sul cemento e sul bitume.
Dilaga spensierata da qualche decina di milioni di anni, la parietaria, perciò è del tutto indifferente ai nostri infimi, estemporanei dibattiti sul decoro e agli starnuti degli allergici.
Dai monumenti storici alle lapidi nei cimiteri, dove attecchisce si mangia spensierata i ruderi effimeri con cui pretendevamo di celebrare l’immortalità del genio umano.
Se alzate gli occhi per ammirare i 51 metri della millenaria torre Donà di Rovigo, fate caso a quei ciuffi verdi là in cima. Come ci è arrivata, lo sa solo lei.

Graminacee in viaggio per il mondo
Naturalmente è sempre questione di punti di vista, dell’altezza da cui decidi di osservare il mondo e della velocità con cui scegli di attraversarlo.
Per esercitare l’arte di meravigliarsi basterebbe pensare al colore cupo che aveva il prato – quel piccolo ecosistema – appena pochi mesi fa. E constatare come sia bastata una manciata di sole e qualche secchiata di pioggia per fare esplodere in poche ore una giungla di steli, foglie e fiori, che ci perderesti le giornate a cercare di dare un nome a tutti.
Oppure osservare come si comportano i semi dell’avena o le spighe dell’orzo selvatico: si sporgono sulla strada, come se aspettassero qualche bestia a cui attaccarsi.
Pare, insomma, che anche loro come molte colleghe abbiano escogitato un furbo trucco per superare i propri limiti e viaggiare per il mondo.

I papaveri amano i treni
Ho questa idea che i papaveri amino i treni.
Ne adorano di certo le massicciate, in cui sembrano trovare l’habitat perfetto per fiorire in rigogliosi ciuffi. Sembra quasi che la loro missione sia proprio riempire di colore quelle distese brulle e assolate. Come in questo tratto della ferrovia per Venezia, sopra il Ceresolo.
Credo che dei treni i papaveri amino anche il continuo sfrecciare, quel turbine che sparge per chilometri i semi delle intrepide pioniere ai bordi dei binari. Regalando così anche a queste creature immobili l’avventura di viaggiare per il mondo.
Di certo a guardarli fiorire in folti ciuffi negli angoli più grigi della città, viene da pensare che la loro vocazione sia spargersi nel mondo proprio allo scopo di portarvi bellezza, specie là dove manca del tutto.



La morale del muschio
Accadono storie gigantesche, là fuori, ma ci sembrano sempre troppo piccole perché ci facciamo caso.
Ad esempio, la storia di come il muschio stia fiorendo su quel muretto di cemento e lo renda poco a poco abitabile da altre piante, trasformando quello che era un materiale sterile in un terreno vivo. Lasciando intravvedere, dove oggi ci sono cemento e asfalto – e quindi morte – un futuro di folti prati, poi sterpaglie, poi boschi, poi foreste millenarie.
Se dovessi cercare una morale, quella del muschio sarebbe interessante: che, anziché stare al mondo come ottusi predatori, dovremmo starci al servizio del mondo stesso, felici, umili briciole di qualcosa di più grande di noi, dentro cui siamo immersi.
Il muschio non dà spettacolo, non si mette in mostra, non fa a gara a chi svetta più alto nel cielo. Cresce calmo e cocciuto sulla pietra e sui muretti. Accumula con saggezza le sue riserve d’acqua e sopravvive così a siccità che stroncherebbero una foresta.
Colonizza, si diceva, perfino il cemento. E ospita con generosità sul suo morbido manto i semi e le radici di altre creature. Da questo umile manto un giorno nasceranno un giorno maestosi boschi.
Una migrante dal lontano Messico
Di questo mondo in cui alle merci è consentito di circolare ovunque, mentre gli umani vengono respinte alle frontiere, alle piante frega poco. Loro, pur saldamente radicate a terra, viaggiano in mille modi.
Alcune poi, evidentemente scambiate per merci, approfittano dei mezzi umani per cambiare continente. Così non è infrequente trovare piante come questa – una succulenta della specie Echeveria – perfettamente radicare in un substrato di muschio come farebbe il tarassaco o insediate in un pertugio nel cemento come una qualsiasi parietaria.
Viene dal Messico, questa pianta cicciotta, per essere coltivata in vaso. Ma sono certo che, se la lasciamo in pace, diventerà presto una nuova pianta selvatica nelle nostre città.


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