Prendendo spunto dal centenario della sua nascita, sono stati pubblicati diversi omaggi allo scrittore rodigino Gian Antonio Cibotto. Tra tutti, quello dedicato al legame con Giuseppe Marchiori, con un’eccellente curatela di alcune delle migliori penne nostrane, edito da Apogeo editore, e il recentissimo “C’era una volta il Veneto: i diari di Toni Cibotto”, raccolta dei suo scritti per il Gazzettino, curata dal collega Ivan Malfatto.
In questi anni la casa editrice La Nave di Teseo ha riportato in libreria le opere di Cibotto in nuove edizioni, come questa di “Stramalora”, pubblicata nel 2023. La prima edizione di questa opera dedicata alla catastrofe del Vajont è del 1982: qui ritorna alla luce arricchita, oltre che dalla prefazione di Gian Antonio Stella, dagli articoli che Cibotto scrisse per il Giornale d’Italia nell’ottobre del 1963.
Lo scrittore e giornalista polesano in quei giorni era stato catapultato controvoglia dalla redazione romana al Veneto, proprio per raccontare il disastro costato la vita a quasi duemila persone.
Quei giorni spesi tra le rovine dei paesi sbriciolati dalle acque diventano per Cibotto un trauma. Come ne “I giorni dell’alluvione”, il giornalista non riesce a non farsi coinvolgere, con un coinvolgimento che è sia attivo, agito, sia emotivo.
Qui come durante l’alluvione del Polesine assistiamo al suo incessante andare e venire sui luoghi della catastrofe, non solo per poterla raccontare, ma spesso partecipando attivamente al salvataggio o al conforto di superstiti.
È un crudo diario delle prime ore dopo l’ecatombe, quello di Cibotto, che raccoglie in un mosaico di voci, lo strazio di chi ha visto sparire intere comunità e la propria famiglia, di chi ha perso ogni cosa, dei corpi sconciati al pari dei paesi. E le filtra anche in questa occasione con lo sguardo che avevamo conosciuto nelle sue “Cronache dell’alluvione”, quello di chi sceglie di farsi coinvolgere dai fatti.
Tanto viene colpito dal dramma umano a cui assiste, tanto diventa insofferente di fronte all’idea che la vita altrove vada avanti come nulla stesse accadendo: se a Rovigo nel 1951 Cibotto si scagliava contro il quieto tran tran della gente in piazza, indifferente alla tragedia umana a pochi chilometri, anche qui manifesta tutta la sua insofferenza per il disinteresse e il cinismo.
Che esplode quando, abbandonato il teatro della tragedia, il giornalista finisce a tavola con un gruppo di nobili ricchi stronzi, pardon frivoli: poche ore prima, durante la loro battuta di caccia, hanno perfino trovato i resti di un bambino morto tra le acque, ma a cena si abbandonano a discorsi sciocchi e barzellette, nel totale disinteresse per altri esseri umani, per la società in cui vivono.
Cibotto, invece, ha ancora negli occhi i gesti di altruismo compiuti dalle genti dei paesi, dai cittadini e dai soldati e lo stridore con il comportamento gretto ed egoista della tavolata di ricchi gli provoca un moto di ira. “Vorrei avere fra le mani un fucile mitragliatore per ucciderli tutti”, si lascia scappare, indignato.
Occorreranno quasi vent’anni prima che il memoriale esca da un cassetto e venga pubblicato, appunto, nel 1982. La distanza, però, non attenua uno sguardo che in fondo è universale. Lo anima più la pietà, che la voglia di denuncia. E questo sentimento – appunto, universale – di non riuscire ad accettare che la vita “vada avanti” dopo una tragedia.
In fondo il “cantore del Polesine” esprime un sentimento che ben si applica a mille altre tragedie, verso le quali un certo atteggiamento fatalista è non solo vile, ma perfino ingiusto nei confronti delle vittime. Perché le tragedie bisognerebbe evitare che si ripetano, ma per farlo occorre assumersene la responsabilità.
Penserà l’immenso monologo di Marco Paolini decenni dopo, a scolpire nella pietra nomi e responsabilità di quella strage di innocenti. Ma certo al giornalista polesano non sfugge che il disastro del Vajont non è stata semplicemente una catastrofe naturale, come accenna già negli articoli scritti sul luogo della tragedia. O come ben sintetizza Guido, il suo amico veneziano, che lo definisce “una tragedia degli uomini, che ancora una volta hanno sacrificato tremila esistenze al vitello d’oro”.
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