Letture: “Raccontare una storia” di John Berger e Susan Sontag

Se penso a qualcuno che racconta una storia, vedo un gruppo di persone, strette l’una all’ altra, e intorno a loro uno spazio vasto e piuttosto pauroso… Da qualche parte per me, nell’idea stessa di storia, c’è qualcosa che ha a che fare con il riparo. (John Berger)

È una novità editoriale mica male, questo libro, visti i nomi che riporta in copertina: “Raccontare una storia” è la trascrizione di una ricca conversazione tra John Berger e Susan Sontag in un programma televisivo sul canale britannico Channel 4, nel febbraio 1983.

Insomma, non esattamente un’opera scritta a quattro mani, ma un dialogo avvincente tra due intellettuali amici e complici, in cui emerge con forza la loro diversità di vedute (e di caratteri), una frizione da cui scaturisce una miriade di scintille illuminanti.

Oggetto della tenzone intellettuale, la questione del narrare storie, soprattutto del perché farlo. E qui le posizioni dei due divergono immediatamente.

“Per me – dice Berger – una storia è sempre un’operazione di salvataggio. Che è un altro modo per dire un riparo“. Ma da cosa ci dovrebbero proteggere le narrazioni? Dice Berger: “Contro l’assurdo. Contro quello spazio terrificante e infinito in cui viviamo”.

Invece per Sontag “forse una delle funzioni della narrativa è quella di introdurre un senso del fantastico, che potrebbe includere l’assurdo, anziché riscattare la realtà dal suo aspetto assurdo o privo di significato”.

Berger, insomma, concepisce il narrare come qualcosa che parte dalla realtà, la riscatta e a volte la preserva dall’oblio della morte. Sontag, invece, è fermamente convinta che narrare sia un atto creativo nella sua purezza, che nasca dal linguaggio. “Le persone nascono dal linguaggio. Le percepisco”, afferma lei. E lui, ovviamente, replica: “Per me, il linguaggio nasce dalle persone“.

Sinossi allegrotta

John Berger e Susan Sontag, due intellettuali tra i maggiori della loro epoca, si trovano in uno studio televisivo.

Ma anziché parlare dell’ultimo fatto di cronaca o degli scazzi politici della settimana, urlandosi contro come in una rissa al porto, battibeccano cordialmente sul significato del narrare. Benché passino effettivamente svariate pagine a litigare, curiosamente producono contenuti di un certo interesse e spessore. E anzi il loro confronto offre al lettore la possibilità di misurarsi con diversi punti di vista, scoprendo che una divergenza di vedute può avvenire senza mai prescindere dal rispetto, dalla stima e addirittura dall’affetto reciproco.

Insomma, curiosamente le schermaglie intellettuali di Berger e Sontag non prendono una piega degenerata da talk show televisivo. Il che è abbastanza comprensibile, visto che questa conversazione avviene decenni prima dell’avvento della tv spazzatura a cui siamo ormai assuefatti.

Se si fatica a rimanere concentrati nella lettura non è certo per la scarsa chiarezza dei retori, bensì per un senso di costante sorpresa: davvero c’è stata un’epoca in cui una rete televisiva mandava in onda una conversazione tra due intellettuali, che parlavano del narrare?! Sono passati appena una quarantina di anni, ma al confronto con la merda televisiva di oggi sembrano un abisso.

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