Ho ascoltato da qualche parte un’intervista, che non trovo più, in cui il batterista degli Area raccontava il primo impatto con il brano “Luglio, agosto, settembre nero“, epica e ormai arcinota apertura del bellissimo album d’esordio “Arbeit macht farei”.
Il tempo del brano, dicevano in questa intervista, è un 29/16, uno scenario potenzialmente da incubo per qualsiasi musicista, figurarsi per chi deve sorreggere l’intero gruppo con l’architettura della sezione ritmica.
Anche chi ha studiato quel po’ di teoria sarà abituato a confrontarsi quotidianamente con tempi comuni come un 4/4 o un 6/8, i più diffusi anche nella musica pop e rock. Tempi dispari si trovano con maggiore facilità nel rock più colto degli anni Settanta (si trovano esempi celebri non solo nel cosiddetto progressive, ma anche nel repertorio di Pink Floyd, Led Zeppelin, Uriah Heep e altri). O magari direttamente nel jazz: Dave Brubeck con i tempi dispari ci andava a nozze (un po’ tutti conosco il suo “Take five”) e sulla difficoltà di suonarli basti lo “yeah!” di sollievo del batterista alla fine del 7/4 di “Unsquare Dance“. Oppure guardiamo alle tradizioni musicali di altre culture nelle quali un tempo in sette o uno in cinque sono pane quotidiano del musicista. I Balcani o la Grecia abbondano di esempi: ascoltatevi il sette del notissimo tradizionale “Yerakina“.
A volte si trovano strani tempi composti, ad esempio il marziale 6/8 + 2/4 di “Come to the music” di Joseph M. Martin (ve lo faccio sentire nell’esecuzione del coro delle voci bianche del Conservatorio di Rovigo, dove i percussionisti sembrano avere il loro da fare). A ben guardare, però, questo strano tempo segue comunque le regole di tempi abbastanza comuni.
Ma un 29/16 che razza di tempo è?
A confortare il povero batterista pensò per fortuna Demetrio Stratos, immensa voce degli Area, con un consiglio tutto sommato semplice: non pensare al 29/16, ma scomponi il tempo in unità più piccole, blocchetti di 2 e di 3.
Negli anni in cui ho suonato con quel po’ di amici, ho composto pochissimi brani, ma diversi in effetti facevano ammattire il batterista perché pensati in 5/4 o in 7/8 (Babele, ad esempio, con gli Arachide Jumbo) o addirittura in 11/8 (Quinta variazione acquatica con i Caledonian Sunset before the Rain). Mi venivano facili, questi tempi strani, un po’ per l’abitudine ad ascoltare musica complessa, un po’ perché avevo in testa questa cosa che i tempi complessi erano semplicemente dei tempi semplici a cui era successo qualcosa: in un brano in 11/8 la batteria doveva semplicemente suonare un 6/8, togliendo un colpo ad un certo punto. E, sì, nella mia testa il 7/8 di Babele non era altro che una serie di 4 +3 semicrome.
Insomma, questa cosa dei tempi dispari o composti o come vogliamo chiamarli, è stata per anni un ottimo esercizio di una pratica molto utile anche fuori dalla sala prove: scomporre cose grandi e complicate in piccoli elementi semplici e affrontabili. Ma vale anche il contrario, molto più generativo: usare elementi semplici per costruire progetti complessi.
Che detta così sembra semplice. Ma, come può testimoniare qualunque musicista, bassista o chitarrista ritmico, tra il dire e il fare…
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