Anni fa, agli esordi del mio cammino professionale, lavorai per un’azienda che non mi pagava.
Già a questo punto della storia dovrei precisare che c’era una profonda divergenza di vedute sull’affermazione con cui ho aperto questo racconto. Diciamo allora che più precisamente la situazione era questa: il misero compenso che mi doveva essere corrisposto a fine mese, era arrivato inizialmente in ritardo, poi non era più arrivato. Dopo due mesi, sette mesi, otto mesi, mi ero dunque convinto di stare lavorando per qualcuno che non mi pagava.
Di fronte alle mie richieste di sapere quando sarebbero arrivati i compensi arretrati, il mio superiore mi rispondeva di avere pazienza, che la situazione era normale, che mi avrebbero pagato tutto. Indifferente a tutto ciò, il resto del mondo continuava a funzionare con le spietate regole del capitalismo: il panettiere esigeva di essere pagato all’acquisto del pane, l’azienda del gas inviava la bolletta con la consueta puntualità. E perfino il rivenditore da cui acquistavo i prodotti dell’impresa in questione non accettava di essere pagato con vaghe promesse ed inviti all’ottimismo.
Alla fine, stanco di questa condizione di incertezza e precarietà, scavalcai il mio superiore ed entrai direttamente nell’ufficio dell’amministratore delegato.
Di fronte alla mia domanda chiara, senza fronzoli (“Quando arrivano i compensi?”), quello prese a raccontarmi la storia del mondo, delle difficoltà del settore, dell’avere fiducia che la situazione si stava sbloccando, del grande progetto che stavano portando avanti eccetera. Non essendo l’alata divagazione pertinente con la mia richiesta, convenni con me stesso che fosse il caso di essere più diretto e ficcante nel riproporre la domanda da cui avevamo iniziato la bella conversazione e gli dissi, testuali parole: “Io voglio solo sapere quando cazzo arrivano i compensi“.
A quel punto l’amministratore delegato, scandalizzato, mi invitò a moderare il linguaggio, che non erano quelle le parole da usare in sua presenza, che non potevo esporre le mie ragioni attraverso questo sordido turpiloquio.
Mi è capitato altre volte di vivere una situazione del genere: di fronte ad una critica, veder puntare il dito sul modo in cui era espressa, anziché sul problema che portava. Insomma, concentrarsi sulla forma, anziché sulla sostanza: la parola “cazzo”, anziché il bisogno di una persona di percepire uno stipendio.
Dopo un certo numero di anni, mi sono convinto che tutto questo non nasca da una forma di ignoranza, ma anzi sia un metodo: di fronte ad un problema, puntare il dito da un’altra parte. Invece di cercare una soluzione, colpevolizzare chi solleva il problema (o chi lo subisce), concentrandosi sul modo in cui lo esprime: sei volgare, sei polemico, non sei costruttivo.
Che, a ben guardare, in molti casi è come pestare la coda ad un gatto e aspettarsi che faccia le fusa.
Credo che sia quello che in sociologia chiamano “framing”, ossia il potere di decidere qual è l’argomento di cui si parla e la chiave di lettura con cui lo si guarderà. C’è dell’arte, dunque. Ne sono convinto, anche perché l’ho visto capitare un altro paio di volte nelle mie esperienze di lavoro.
E perché in fondo lo vedo capitare continuamente nel dibattito pubblico: parlare delle vetrine rotte, anziché del carovita che impoverisce la popolazione, o di quella frase un po’ forte di Gino Strada, anziché dell’orrore che seminano le nostre armi in giro per il mondo.
Ovviamente è un metodo che non risolve i problemi. Li nasconde solo dietro una cortina fumogena. L’unico risultato che ottenne l’amministratore delegato con la sua aristocratica reprimenda fu una mia tempestiva lettera di licenziamento. I compensi arretrati arrivarono diversi mesi dopo che me ne ero ormai andato. Immagino che si sarà detto: vedi, che ti abbiamo pagato, caro ragazzo di poca fede? Ma tu, cosa vuoi, hai questo brutto carattere…
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