A molti il nome di Palazzo Manfredini a Rovigo non dirà nulla. I più informati, ma saranno prevedibilmente un manipolo di “felici pochi”, lo identificheranno come la sede di Confagricoltura. Pochissimi ne conosceranno la storia, che pare risalire addirittura alla seconda metà del Quattrocento.
A ricostruirla è stata la storica Laura Fasolin, in un libro pubblicato alcuni anni fa da Apogeo editore (“Palazzo Manfredini a Rovigo. Storie di uomini, famiglie e mestieri tra il 1485 e il 1953”). Residenza, stamperia, fabbrica di liquori, caserma austriaca, scuola elementare, sede dell’associazione di categoria degli agricoltori: come molti altri edifici storici, è un palazzo dalle molte vite e dalle molte forme, quello narrato nel libro.
Fasolin va alla scoperta di uno dei palazzi meno conosciuti del capoluogo polesano, forse anche a causa della collocazione o, per meglio dire, della atavica mancanza di attenzioni verso la piazza su cui sorge il duomo, da sempre ridotta a parcheggio e zona di transito di automobili praticamente sul sagrato.
Ma questa area oggi svilita è pur sempre il cuore del più antico insediamento cittadino e di conseguenza il più ricco di storia. Il libro, dunque, è interessante quanto meno perché stimola curiosità e spinge a vedere, forse per la prima volta, un edificio che è sotto gli occhi di molti ogni giorno.
A che epoca risale? Facendo ricerche all’Archivio di Stato, l’autrice ha scoperto un documento che lo fa risalire agli anni Settanta del Quattrocento, anziché al secolo successivo, come voleva un’ipotesi diffusa. Appartenuto alla famiglia Manfredini, poi trasferitasi a Ferrara, da fine Settecento è passato di mano in mano, attraverso affitti a privati, poi ad attività commerciali (la stamperia dell’Andreola e poi del Minelli, fabbricatori di liquori e rosoli), per poi essere trasformato in caserma sotto il dominio austriaco e in scuola elementare maggiore maschile in seguito. Oggi, si diceva, è la sede di Confagricoltura.
Oltre alle sorti dei mattoni, il libro ricostruisce a ritroso le storie e le vite di chi ha animato il palazzo. Un’opera singolare, scrive Luigi Contegiacomo dell’Archivio di Stato, nel presentarla, “perché narra innanzitutto al lettore come l’autrice sia arrivata a ricostruire le vicende di Palazzo Manfredini, partendo da informazioni irrisorie e confuse, per giungerne ad una genesi lontana nel tempo e mai immaginata sinora da quanti ne descrivevano distrattamente l’eleganza formale, attribuendone superficialmente la fattura alla famiglia di cui porta oggi il nome, l’antichissima genia dei Manfredini”.
Questa recensione si basa su un precedente articolo uscito on line (e oggi irreperibile) nel maggio 2017.
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