Qualche tempo fa mi sono rimesso a suonare il pianoforte.
Questo ha significato imparare da capo a suonare il pianoforte, cosa che non ho imparato del tutto nemmeno trent’anni fa, quando mi ero messo in testa di farlo senza avere un briciolo di disciplina e di pazienza.
Perché un conto è suonare una tastiera elettronica con intorno un gruppo che ti sorregge, mentre sedersi da soli davanti ad uno strumento acustico è tutta un’altra storia.
Riprendere in quel momento mi serviva per “curare” alcuni acciacchi dell’anima. Ha significato scoprire di avere meno memoria e dita più rigide, ma anche un po’ di disciplina e di pazienza in più, oltre ad una certa rassegnata pazienza verso gli insuccessi. Il risultato è rimasto in genere una sequenza di errori.
Su tutte, la lezione che ho finalmente capito in quei giorni è stata di partire dalle cose facili e non da quelle che gratificano il mio ego. Forse in questa lezione ho avvertito più forte che mai lo scarto con il me stesso ventenne e tutta la sua inevitabile arroganza.
Ho anche compreso che in realtà non esistono le cose facili: anche brani semplicissimi al pianoforte richiedono una quantità di nozioni e capacità vastissima. Saperli leggere, eseguire, memorizzare richiede comunque impegno. E ancora più impegno serve per suonarli con l’anima, anziché semplicemente con le falangi.
Servono tempo, pazienza e soprattutto la capacità di spezzettare un cammino lungo e complesso in tanti piccoli traguardi, senza nemmeno la certezza assoluta di arrivare alla fine. In fondo la più grande scoperta di quel tempo speso al pianoforte è stata proprio sapersi godere quei piccoli momenti di nessun valore artistico come fossero la più ispirata esecuzione di un grande pianista.
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