“…a proposito del campo Coni, avete sentito che l’altra notte sono andati a fare danni?” “Guarda, una vergogna”. “Sono quelli che occupano il Maddalena”. “Fosse per me, tutti su un aereo e rispedirli a casa loro”.
È l’estate del 2016 e, mentre in Turchia impazzano le purghe di Erdogan contro avversari politici accusati di avere organizzato un golpe, io sono in coda dal medico di base. Dopo un’ora di lamentele sul caldo e la lunga attesa, uno dei pazienti ha appena colto l’assist per virare il discorso dalle sue esperienze sportive al tema sempreverde del degrado e all’altro tormentone di questi anni: gli immigrati.
L’innesco è una notizia di cronaca locale, un fatto avvenuto a 2.200 chilometri dalla capitale turca: un furto all’interno dei campi di atletica.
Essere in questa sala d’attesa in mezzo a questi vecchi che parlano di cronaca mi rende eccitato come un antropologo appena arrivato presso una pittoresca tribù del Borneo: è una di quelle occasioni preziose, come al bar o a bordo di un taxi, in cui puoi capire come vede il mondo la gente qualunque. Si imparano molte cose, specie su come la narrazione dei mass media influenzi il nostro modo di percepire la realtà.
Innanzitutto, nessuno dei presenti sa chi abbia rubato negli uffici dell’impianto sportivo, ma tutti sono sicuri di due cose: che i ladri venivano dall’ex ospedale Maddalena abbandonato e che sono stranieri. Perchè? “Perchè ogni giorno se ne sente una”. “Avevamo già un sacco di delinquenti nostri, non possiamo mica prenderci quelli di altri paesi”.
E’ ovvio, vorrei intervenire, che “ogni giorno se ne sente una” perchè stampa e tv mica considerano notizia “Immigrato va al lavoro ogni giorno, è un bravo papà, paga le tasse e fa volontariato”. Ma taccio.
Intanto, c’è chi agita il complotto dietro agli sbarchi. “Che poi, chissà cosa c’è sotto”. “E’ un businness”. “Lo sapevano che è un businness”. “Il viaggio costa 12.000 euro! Là in Africa con quei soldi ci vivi da signore”. “Allora ci deve essere sotto dell’altro”. “C’è una mafia sotto”. “Capisco dare una mano a quelli che vengono dalla guerra, ma qui vengono tutti”.
Si noti bene: i miei compagni di sventura nell’accaldata sala d’attesa, quando pensano agli stranieri, pensano ai barconi. Anche se i primi due paesi di provenienza degli stranieri stabilmente residenti in Italia sono Romania e Albania, al terzo posto ci sono i marocchini, che generalmente vivono in Italia da una vita, seguiti da cinesi e ucraini. Ma in tv si vedono solo i barconi, quindi… Taccio.
Poi c’è l’altro tormentone: i politici tutti ladri, la casta. “Ma qui che c’è un sindaco leghista, dovrebbe fare qualcosa!” “A parte chiacchierare, cosa fa?” “Eh, ma i politici sono tutti uguali”. “Guarda quelli a Roma, sono tutti attaccati alle loro carèghe”.
Ci vorrebbe uno che rimettesse a posto tutto, è la sentenza di sempre. Ma chi? Zio Benito è morto da un pezzo. Putin in quel periodo è passato di moda. “Bisognerebbe fare come in Turchia”, propone una signora piuttosto avanti con gli anni.
Ecco il mito del giorno dell’italiano law & order, l’uomo forte di turno a cui affidare le sorti del paese o anche solo del nostro isolato: il presidente Erdogan, che in questi giorni ha fatto una bella pulizia, incarcerando 80.000 persone tra militari, poliziotti, dipendenti pubblici, docenti e magistrati.
Dovesse capitarci l’occasione, noi italiani probabilmente ci aggiungeremmo anche un po’ di impiegati delle Poste, dell’Inps e anche ‘sto medico di base lento come l’anno della fame, ma forse converrebbe sbattere in cella tutti i vecchi, così almeno risolviamo il problema delle code.
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