Piccola storia forse vera: “Don’t worry, be happy”

Era un’estate di parecchi anni fa, non assurdamente calda come questa, ma comunque generosa con le temperature.

Quell’anno facevo il giornalista per la cronaca di Rovigo di una prestigiosa testata. Mi pagavano ad articolo e in proporzione alla lunghezza dell’articolo, come la maggior parte dei cronisti in circolazione, ed ero sostanzialmente un libero battitore in cerca di notizie decenti da trasformare possibilmente in un pezzo di apertura, quello meglio pagato.

In quelle settimane di luglio, però, il collega che seguiva la cronaca nera era in ferie. Lo sostituiva il collaboratore della “bianca” (le notizie del Comune o di altri enti, per intenderci), almeno finché non capitò la cosa peggiore che poteva capitare in quei giorni: un’adolescente della nostra città morì per una pasticca di ecstasy presa ad una festa.

Tanto bastò per trasformare i quieti redattori estivi – solitamente pivelli in sostituzione estiva di altri redattori in ferie – in uno stormo di saprofagi in cerca di chissà quale scoop dietro la tragedia o, più realisticamente, di chissà quali dichiarazioni ad effetto. Più sciacallaggio, appunto, che giornalismo in senso stretto.

Presto il diluvio di richieste dalla redazione travolse anche me, che sulla carta non ero altro che un collaboratore pagato a pezzo, provocando alla fine un furiosissimo scazzo con il caporedattore. 

L’ultimo atto fu ovviamente funerale della povera ragazza, che mi è rimasto stampato indelebilmente nella memoria (come del resto il suo nome e altri dettagli della vicenda che per scelta non ho voluto rievocare qui).

Era il funerale di una sedicenne, una ragazza vitale, con una miriade di amici e amiche, compagni di scuola e ovviamente i familiari e i familiari di amici e gli amici dei familiari. Era insomma il funerale di una persona nel pieno della sua vita anche sociale, circondata da persone che le volevano bene, e quindi il Duomo traboccava di gente.

Pur nello strazio di questa morte arrivata troppo presto, era un funerale che celebrava la vita e la bellezza di essere giovani. Almeno io lo ricordo così: uno strazio, ma anche una dedica alla bellezza e vitalità di una sedicenne.

Si concluse con una canzone, che forse la rappresentava: “Don’t worry, be happy” di Bobby McFerrin. Un inno alla felicità e alla positività contro le tempeste della vita. Era forse un invito anche a noi, a salutare quella ragazza con il sorriso, con una canzone che invitava a sorridere.

Peccato che da quel giorno di luglio ogni ascolto di “Don’t worry, be happy” mi invece metta una incancellabile malinconia. Perché a me quella storia di una sedicenne morta in una festa d’estate e quel funerale affollato di ragazzini e ragazzine non sono mai passati di mente. Nella mia testa “Don’t worry, be happy” sarà per sempre la canzone che accompagnava la bara di una sedicenne nel suo ultimo viaggio. Con buona pace delle buone intenzioni di Bobby McFerrin.

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