Come scrivere cinquanta racconti comici entro Natale

Durante le vacanze mi sono lanciato una sfida creativa: scrivere almeno 50 racconti brevi di seguito, tutti più o meno comici, partendo ogni volta da uno spunto a caso, anche assolutamente minimalista (le stelle cadenti, i compleanni, le nutrie) e lasciando nascere le idee come vengono.

Mi sono anche dato una scadenza: entro Natale. Una bella sfida, considerando che al momento ne ho conclusi a malapena una decina e che qualcosa inevitabilmente finirà nel cestino dopo essere stato scritto.

Una volta conclusa la sfida cosa succederà? Non ne ho la minima idea, nel senso che non sto scrivendo con un progetto e un obiettivo in testa. Ho semplicemente capito che scrivere mi fa stare bene e che devo trovare uno spazio per scrivere tutti i giorni o quasi. E scrivere racconti comici, divertenti, grotteschi o magari anche totalmente stupidi è così liberatorio, ma anche così complesso, che mi è sembrata la palestra migliore su cui esercitarmi quotidianamente.

Insomma, questi 50 racconti, ammesso che li scriva davvero tutti, potrebbero pure rimanere nel cassetto come molte altre cose che ho scritto. Il premio sarà essere riuscito a trovare ogni settimana qualche ora da dedicare all’attività che più mi fa stare bene.

Come si scrive un racconto comico?

Ci sono sicuramente fonti più autorevoli del sottoscritto in materia, ma posso quanto meno testimoniare una cosa non proprio scontata: alla base di un racconto comico ci sono alcuni meccanismi narrativi, ingredienti base che si possono declinare in mille salse.

Un classico è la lista di cose, ad esempio quelle di scuse per non andare al lavoro pubblicate in questo blog. L’elenco comico funziona molto bene nella stand-up comedy, meglio ancora se è un crescendo, una lista parossistica dal banale all’esagerato.

In effetti il climax – il susseguirsi di cose sempre più esasperate – è un altro splendido meccanismo comico: potrei dire che “Le mille verità” si basa in buona parte su questo meccanismo, con il suo affastellarsi di teorie sempre più assurde e con il disvelamento della verità pensato come un anti-climax (una rivelazione mastodontica che si sgonfia come un pallone bucato). Ma non è l’unico meccanismo comico del romanzo…

La risata nasce spesso dall’aspettativa del lettore. Più precisamente dal contrasto tra l’aspettativa e ciò che succede. Fare ridere significa sorprendere e non è affatto facile. Uno dei miei contrasti preferiti – e personalmente uno dei più semplici da attivare – gioca sulle dimensioni, ad esempio tra molto piccolo e molto grande.

“Le mille verità” porta in scena un evento colossale in una dimensione locale: là c’è una catastrofe immane, qui ci sono giornalisti e politici che si comportano come se si trattasse di un fatterello qualunque. Il risultato è che i protagonisti sembrano ridicolmente inadeguati al loro ruolo (e infatti il romanzo è una spietata satira della provincia).

In fondo su questo gioco di contrasti abbiamo costruito anche la “celebre” campagna di lancio del cinema teatro Duomo (la racconto qui) con le citazioni hollywoodiane tradotte in dialetto: colto e sbracato, internazionale e locale, sacro e profano insieme.

Provo a mostrarvi questo meccanismo con una storiella, una di quelle che ho scritto in libertà durante le vacanze.

“Chiedimi tutto ciò che vuoi sapere”

In molti paesi si narrava di un uomo molto saggio e molto anziano, che viveva da solo e in meditazione in un paesino sperduto tra i monti, in una terra molto lontana.

Per arrivare alla sua casa bisognava affrontare le prove più dure: attraversare tre deserti, sopravvivere ad una palude e valicare cinque grandi catene montuose. Affrontare indenni la sferza del freddo e del sole cocente, il vento delle vette che taglia la pelle, il fango di sabbie mobili capaci di inghiottire interi eserciti.

Per arrivare dall’anziano saggio dovetti dunque sopravvivere a tutto questo e molto altro, sventare assalti di ladri e affrontare briganti, evitare i morsi delle serpi e gli agguati delle belve, guarire da devastanti febbri e malattie che avrebbero debilitato un gigante.

Arrivai all’alba del trentottesimo giorno di viaggio al piccolissimo paese, che sorgeva sulla cima di un piccolo monte, ed ero lercio e lacero, zoppicante, il viso cotto dal sole, i capelli e la barba incolti e sudici. Affrontai l’ultimo tratto di cammino, una lunga e ripida scala di pietra, animato da un’energia frenetica: avevo finalmente trovato l’uomo che molti consideravano una leggenda, colui che avrebbe finalmente dato una risposta alle mie domande.

Il saggio era di una vecchiezza indefinibile, poteva avere superato i cento anni, eppure i suoi occhi erano vivaci e la sua parlantina sciolta e sicura. Mi accolse con gentilezza. Sembrava già sapere da tempo che sarei arrivato. “So che hai fatto molta strada e affrontato dure prove per giungere fino a qui – mi disse, con un tono gentile, che rivelava una paterna pietà per le mie misere condizioni – Chiedimi dunque ciò che vuoi sapere e io ti svelerò ogni cosa”.

Facendo appello all’ultima stilla di energie, con le mani tremanti estrassi dalla tasca della giacca un plico di fogli ingialliti e stropicciati, lo sfogliai avidamente e posi dunque il mio quesito al vecchio sapiente: “12 orizzontale. Il successore dell’imperatore Tiberio. Otto lettere. Chi è?”. 

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