Scritti sulla musica, 3. Del suonare insieme e l’arte del silenzio

Credo che la cosa più difficile da apprendere, quando si suona insieme, sia imparare a non suonare.

Ho suonato in diversi gruppi, in genere con amici appassionati, solo un paio di volte come session man (scarso) in progetti altrui (ruolo che non faceva per me). In uno di questi progetti estemporanei c’era un sassofonista, che alla fine delle prove scatenò una polemica, perché aveva poco spazio nei brani. Una tipica sfiga da sassofonista, quella di essere un cesello indispensabile, ma che suona spesso pochissimo.

Tutto questo emerge presto quando si improvvisa. In un gruppo di amici di tanti anni fa, ad esempio, improvvisare era un’impresa: al momento di farlo, tutti si lanciavano nei più densi virtuosismi, a tutto volume, a tutta velocità. Tutti suonavamo da solisti, insomma, il che è già assurdo normalmente, ma lo è soprattutto quando si procede senza spartito e ci si dovrebbe ascoltare a vicenda. Il risultato lo potete immaginare: una cacofonia.

Ho imparato allora e sperimentato in altre formazioni che improvvisare è possibile se si lavora di sottrazione. Se basso e batteria sacrificano il virtuosismo fine a sé stesso per offrire un tappeto solido, ripetitivo, su cui gli altri possano sperimentare gradualmente. Se i musicisti scelgono non di fare i fenomeni, ma di offrirsi a vicenda soluzioni semplici, spesso elementari, per consentire ad uno solo di loro di emergere con il proprio assolo.

Secondo la versione dei fatti di Phil Collins, il celebre disastro batteristico con i Led Zeppelin al Live Aid del 1985 nacque non tanto dalla sua impreparazione, quanto dal fatto che l’altro batterista si fosse messo in testa di strafare, rendendo impossibile suonare in sintonia.

Improvvisare insieme richiede generosità e un po’ di sacrificio. La gioia di non voler brillare. La capacità di ascoltare non sé stessi, ma quanto di bello nasce da tutti.

Questa lezione della musica provo a portarmela dietro anche in altri gruppi.
Non è facile, un po’ perché tutti sbagliamo, un po’ perché la nostra società non premia certo l’umiltà.

Ma resto convinto che nessuna organizzazione possa stare in piedi, se siamo tutti divi, tutti narcisisti. Funziona, invece, se impariamo quando è il momento di prenderci la scena e quando di essere semplicemente al servizio degli altri, suonando un po’ più piano. O addirittura alzando le mani dallo strumento e lasciando che paradossalmente sia proprio il silenzio il nostro contributo alla bellezza di ciò che insieme stiamo suonando.

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