Ho letto che Terminator 2 torna al cinema distribuito in 4K da Lucky Red e mi è venuta voglia di scriverne. Provando a dire qualcosa a distanza di 35 anni su un film su cui probabilmente è già stato scritto di tutto. Che rischio.
Ovvio e scontato, ad esempio, dire che è un raro caso di sequel riuscito perfino meglio dell’originale. Pensandoci, mi viene in mente solo il secondo Batman di Tim Burton. Ma perché il secondo Terminator ha battuto il primo nei cuori degli spettatori e della critica?
Si dirà per via degli effetti speciali, certo: le trasformazioni del T-1000, robot di metallo liquido, facevano letteralmente sbalordire. All’epoca fecero la storia del cinema, mescolando un primo uso pionieristico della computer grafica ad effetti più tradizionali per ottenere qualcosa di mai visto sullo schermo.
Ma non credo sia solo questo, altrimenti mille altri film con effetti speciali clamorosi non sarebbero stati dimenticati in dieci minuti. Credo che il motivo per cui Terminator 2 si è ritagliato un posto speciale nella memoria sia ciò che racconta, al di sotto della superficie di storia di fantascienza con robot assassini, bang bang e Boom!, ingredienti buoni per scatenare la meraviglia e l’adrenalina, non certo per resistere nel tempo.
Il primo Terminator era essenzialmente la storia di Sarah Connor, una ragazza qualunque, non particolarmente brillante, cameriera in un bar, catapultata in una vicenda più grande di lei senza averne le qualità. L’eroe era Kyle, il soldato venuto dal futuro, mentre lei doveva superare le sue paure e i suoi limiti per diventare eroina. Come da copione, il mentore dovrà morire per passare il testimone all’apprendista (e in questo caso lascerà anche una sorpresina finale, un paradosso spaziotemporale che rende il film alla fine più pepato).
Il secondo film della saga, invece, si arricchisce di tre storie intrecciate:
- Ancora Sarah Connor, finita in manicomio e separata dal figlio, deve ritrovare l’equilibrio, convivere con la profezia da incubo di cui è portatrice e che le rende impossibile relazionarsi in modo normale con gli altri esseri umani. Ma soprattutto deve riconquistare la capacità di essere, nei confronti del figlio John, non una addestratrice militare devota solo alla missione di salvare l’umanità, ma semplicemente una mamma;
- John Connor deve riconciliarsi con la mamma, ma questo è facile. Si capisce subito che lui, alla sua mamma un po’ matta vuole un bene dell’anima, tant’è che sfida ogni pericolo per liberarla. La storia di John, in realtà, è quella di un ragazzo cresciuto senza un papà e che trova una figura paterna paradossalmente in un grosso cyborg senz’anima, “imbranato“, ma a suo modo protettivo;
- Il T-800 è un ottuso robot programmato per compiere una missione. Ma nel corso della storia, il confronto con John lo spinge a cambiare, spingendolo perfino a interrogarsi sui sentimenti umani. Alla fine della storia, quando fa ciò che è giusto per salvare l’umanità, di fronte al dolore di John sembra quasi provare a sua volta dolore. Insomma, la storia di come T-800 cerca e in qualche modo trova l’umanità che gli manca;
Una donna che impara ad essere mamma, un figlio che vuole disperatamente un padre, una macchina che deve imparare ad amare. Queste tre storie, che convergono su John e sul suo bisogno di una famiglia, funzionerebbero benissimo anche senza spettacolari cyborg mutaforma di metallo liquido, camion e palazzi che esplodono e infinite gragnuole di proiettili (che personalmente, tra l’altro, alla lunga mi annoiano a morte). Se ci aggiungiamo che tutto questo è narrato con un sapiente mix di momenti a volte epici, altre volte drammatici, altre ancora perfino umoristici, il piatto è perfetto.
Credo che gli altri film della saga siano meno memorabili perché, pur essendo spettacolari e magari a tratti divertenti, sotto la forma manchi una sostanza narrativa così coinvolgente.
James Cameron in questo è indubbiamente abile. Pensiamo, restando in tema di fantascienza, al suo secondo capitolo nella saga di Alien: qui, nel fragore delle mitragliatrici e delle battutacce da veri duri, trova spazio il legame tra Ellen Ripley – la cui figlia è morta mentre lei era nel sonno criogenico – e la piccola Newt rimasta orfana e bisognosa di una nuova mamma.
Sono per molti versi dei cliché, ma sono ciò che resiste sotto la superficie spettacolare di una storia come Terminator 2. Sono ciò che ci porta a empatizzare con personaggi da noi distantissimi. E credo che siano il motivo per cui il film funziona ancora oggi, a ben 35 anni di distanza da quando uscì per la prima volta sul grande schermo.
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