Letture estive: “Bella mia” di Donatella di Pietrantonio

Ogni notte Olivia ripete come muoverci, quando la casa si ferma, dice a me e Marco di scendere, che lei arriva subito. Ogni notte tento di scardinare l’irreversibile, girando nella mente finali alternativi.

Sono stato a L’Aquila nell’estate 2011. Erano passati appena due anni dal terremoto, che aveva raso al suolo la città d’arte, il suo centro abitato, le frazioni e le vite di migliaia di persone. Si era parlato parecchio delle macerie e dei morti, poco dei sopravvissuti e delle ferite che la catastrofe aveva lasciato in loro. Del resto, come potevamo anche solo immaginarle?

La coppia che ospitava in quei giorni a Fontecchio – incantevole antica frazione parzialmente danneggiata dalla scossa del 6 aprile 2009 – erano marito e moglie aquilani. Abitavano e lavoravano nel centro cittadino, prima del sisma. Gestivano un locale in quella che sarebbe diventata la zona rossa. Anche la loro casa era in una zona interdetta: mi ci hanno portato dentro, al muro c’era ancora il calendario fermo all’aprile di due anni prima, ma in giardino era sbucata una casetta prefabbricata. Ci andavano a volte a dormire per stare vicini alla loro casa, alla loro vita di prima, per tamponare una ferita che altrimenti, come tanti, dovevano curare con i farmaci.

Ci fecero da guide in città e nei dintorni, nei nuovi quartieri costruiti in tutta fretta per gli sfollati e negli spazi occupati. Ma di quella esperienza, più che i luoghi, ricordo quasi solo le persone, storie come questa o quella dei gestori dell’ottima trattoria del paese, anche loro all’epoca sfollati. Storie che mi hanno fatto intravvedere le ferite profonde che il terremoto aveva lasciato nelle vite e negli animi di chi era sopravvissuto alla catastrofe. E i loro passi per andare avanti in qualche modo: passi carichi di fatiche, dolori, ma anche luminosa dignità.

Il ricordo di quella settimana in Abruzzo, quindici anni fa, mi ha travolto inaspettatamente mentre leggevo “Bella mia” di Donatella di Pietrantonio. L’ho comprato quasi per caso in una libreria di Gubbio, fiducioso che vi avrei trovato la bella prosa che la scrittrice centellina ogni settimana nella sua rubrica sulla rivista Internazionale.

La scrittura meravigliosa non ha deluso le aspettative. La storia è andata anche oltre. Ogni capitolo afferra al cuore, in questa vicenda familiare, con una donna costretta a prendersi cura del nipote adolescente, figlio della sorella morta tra le macerie e di un padre troppo assente. Vite sconvolte, lacerate, ma anche in cerca di una strada per poter andare avanti, anche zoppicando.

Di questo romanzo è forse proprio il merito più grande quello di avvicinarci alle vite vere, quelle di chi ha continuato a vivere da superstite, dopo avere preso persone care e luoghi di vita.

Dopo il terremoto del 2009, il governo di allora e gran parte dei mezzi di informazione scelsero il racconto della solidarietà, del coraggio, della ricostruzione, dell’orgoglio nazionale. Emerse anche una contro narrazione di scandali, speculazioni, moduli abitativi costruiti con materiali scadenti, ricostruzione della città a rilento. In entrambe le narrazioni gli abitanti de L’Aquila parevano non esistere.

La misura di questa insensibilità resta incisa nella memoria con le parole indimenticabili del presidente del Consiglio di allora, che invitava con leggiadria gli sfollati nelle tendopoli a viverla un po’ come un weekend in campeggio. 

Del dolore degli aquilani in fondo non si era parlato granché, come mi ero reso conto in quella vacanza di quindici anni fa. Nel farlo con queste pagine così intense, il libro di Donatella Di Pietrantonio diventa quasi un atto di necessaria giustizia.

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