I cambiamenti bisogna seguirli. Non solo seguirli, bisogna dominarli, possederli. Altrimenti anche tu vieni macinato via, assieme alle cose vecchie e ai quattro coglioni che si ostinano a difenderle.
È un destino, quello di seguire i cambiamenti, anziché aggrapparsi alle cose vecchie? E quanto può essere lacerante il dissidio tra queste due possibilità?
È un romanzo che preserva un tempo che non esiste più, “Se l’acqua ride” di Paolo Malaguti, quello in cui i fiumi erano le strade e autostrade su cui scorrevano uomini e merci e destini.
La Teresina, la barca di nonno Caronte, è abile a seguire la corrente, ma conosce anche il modo di risalirla. È un burci, una barca da fiume pensata per durare per sempre, basterà prendersene cura.
Ma sono illusioni: serve un motore per navigare veloci contro la corrente, non bastano più i cavalli da tiro e i cavalanti. E così si estinguono i cavallanti con i loro cavalli. E poi, anche i burci a motore non sono più abbastanza moderni, le merci viaggiano su ruote, il mondo è cambiato. Sarà questo il destino della Teresina e di nonno Caronte?
Ganbeto, il giovane protagonista del libro, si è appena lasciato alle spalle la leggerezza dell’infanzia in paese, quando il padre lo manda a fare il morè, il mozzo sulla barca del nonno. Si lascia presto alle spalle anche la malinconia per l’infanzia perduta, un po’ perché in barca non c’è tempo per perdersi in pensieri, un po’ perché in quei viaggi tra il padovano, la laguna di Venezia, il Po e il suo Delta, scoprirà un piccolo mondo fatto di paesi, osterie, genti di ogni sorta, le prime ragazze, lo spettacolo vivo della natura e il legame con una barca che sembra a volte un essere vivente.
Cresce Ganbeto, cambia, eppure crede che questa vita da marinaio sarà per sempre la sua vita. Ma anche se gli riuscisse di non cambiare mai, intorno a lui – siamo nel dopoguerra – tutto sta cambiando a velocità vorticosa. Anche nonno Caronte, che i mutamenti li rifiuta in ogni modo, aggrappato alla vita di sempre, sa bene che la corrente del tempo e del cambiamento scorrerà implacabile per lui e suo nipote.
Attingendo dalle storie reali dei barcari – da quelli di Battaglia fino al Grande Fiume – Paolo Malaguti racconta una storia che si snoda attraverso i fatti degli anni Cinquanta e Sessanta nel basso Veneto e in Emilia. Che costella di piccole storie forse vere, come quella della Tona di Papozze o di Lucia da Pellestrina, come un narratore che conosce, che ascolta la sua terra, le sue genti.
Ma la potenza di questo toccante romanzo sta in fondo nel fatto che racconta una storia universale. Quella di Ganbeto è una tenera vicenda di un ragazzino che non è più bocia, che cresce e diventa ragazzo, che va a ragazze e si innamora, che immagina di comprare una Vespa, che sogna il proprio futuro e allo stesso tempo vorrebbe vivere sempre lì, a bordo e a zonzo con il nonno. E di come imparerà ad accettare il cambiamento come parte della vita, scoprendo che le “cose vecchie” comunque non ti lasceranno mai.
Forse sta lì il segreto: è vero che tutto cambia, come l’acqua dei fiumi, che un giorno ride chiara e trasparente, l’altro ringhia nera e vorticosa. Ma è anche vero che le cose, per altra via, resistono e sono dure a morire, di nuovo come l’acqua, che resta sempre lei, e fa sempre lo stesso giro.
Lascia un commento