Letture estive: “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas

“La vita è un rosario di piccole miserie che il filosofo sgrana ridendo. Siate filosofi come me, signori; mettetevi a tavola e beviamo; nulla aiuta a vedere la vita in rosa quanto guardarla attraverso un buon bicchiere di chambertin”.

Mi basterebbero uscite come questa, del saggio Athos per giustificare la mia rilettura del classico, che più classico non si può, “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas. Una rilettura non casuale, perché qualche tempo fa mi sono dato il buon proposito di ripescare qualche classico della narrativa avventurosa, mentre inseguivo l’idea di scrivere una storia che omaggiasse Salgari.

E’ un grosso azzardo pensare di scrivere qualcosa di nuovo su un romanzo di cui André Maurois disse che “Una generazione può ingannarsi sul valore di un’opera: quattro o cinque generazioni, no”.

Mi limito a raccontare cosa cercavo in queste riletture e che cosa ho trovato: qui, come nelle storie di Salgari, si trovano soprattutto personaggi indimenticabili, capaci di plasmare la storia e le sue atmosfere intorno alle loro esagerate personalità. Una storia che, come la citazione in incipit, alterna serietà e leggerezza, dramma e commedia, secondo lo stile dell’avventura più pura.

Del resto i moschettieri protagonisti della storia sono figure tutt’altro che monolitiche, prevedibili, confortanti: sono in fondo dei ragazzi impetuosi, capaci di essere nobili e cialtroni insieme, intrepidi e timorosi, a volte capaci di azioni da veri farabutti. E anche per questo assolutamente adorabili.

Per me rileggere oggi “I tre moschettieri” è soprattutto la goduria di sprofondare nello spirito trascinante del romanzo d’appendice, di cui non riesco a trovare traccia nella narrativa di recente uscita. Forse l’erede più degno di questo spirito, oggi, è un certo tipo di fumetto “classico”, quello da edicola, che oggi sembra andare verso l’estinzione come è stato per il feuilleton.

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