Il nostro diritto alla memoria si coagula attorno a oggetti troppo lisci, lucidi, perfetti: il motto, il monumento, la lapide.
Anni fa collaboravo con alcune scuole ad una giornata dedicata alla Legalità, in collaborazione con varie associazioni, tra cui naturalmente Libera. In una sorta di flash mob pubblico, alcuni studenti avevano deciso di “interpretare” alcune figure legate alla lotta antimafia, dando voce alle loro storie.
Quando arrivò il momento di costruire la scaletta, mi colpì l’elenco dei nomi: Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Rita Atria, Peppino Impastato. Tutte vittime della mafia. Il messaggio mi sembrava abbastanza deprimente e sembrava parlare più di un culto dei martiri, che di una proposta di cittadinanza attiva.
Andammo dunque in cerca di almeno un paio di storie il cui protagonista non fosse stato assassinato per mano mafiosa o si fosse suicidato, ma anzi avesse ottenuto la propria vittoria, anche piccola. Le trovammo. E la manifestazione, tra l’altro, fu davvero molto bella e giovane.
Contro il culto dei martiri
Questo piccolo aneddoto mi è tornato in mente, mentre sfogliavo le pagine di “Sentieri partigiani”, ultimo libro di Paolo Malaguti. L’ho scoperto a Rovigoracconta e la citazione non è scontata, perché è piuttosto raro che la presentazione di un libro non mi annoi dopo un quarto d’ora, anche se magari il libro è bellissimo. Tutt’altro effetto mi ha fatto Malaguti. Sarà che è docente.
O invece sarà che è ciclista e nella sua esposizione ho sentito risuonare il ritmo calmo, regolare, ordinato della pedalata in salita. Stesso ritmo che ritrovo nella sua scrittura. Dalle lunghe pedalate – in cui la mente si libera alla riflessione profonda e si macinano i pensieri di pari passo con i chilometri – sembra nascere questo stile chiaro, pulito, che va in profondità, ma non si perde in fronzoli. Lo stile di chi ha pensato più e più volte al concetto, fino a tornirlo, ripulirlo, mantenere l’essenziale.
“Sentieri partigiani” nasce del resto anche dalle lunghe pedalate di Malaguti sul monte Grappa. E’ qui che scopre quasi casualmente il monumento ai partigiani e resta colpito sia dalla posizione ben più defilata rispetto al sacrario fascista della Grande Guerra, sia alla narrazione controversa che propone. Da queste pedalate – e da queste riflessioni – nasce un viaggio che conduce Malaguti dall’amata montagna alla vicina Bassano del Grappa, con le tracce seminascoste dei “martiri” dell’eccidio e poi in altre località legate alla Resistenza, fino ai luoghi in cui fu catturato, ucciso e vilipeso Mussolini.
Attraverso i monumenti, Malaguti riflette sulla memoria della Resistenza. E lo fa in modo critico, da insegnante, convinto che celebrare una parata di eroi e martiri sia, dal punto di vista pedagogico, semplicemente anestetizzante. Molto più proficuo, invece, sporcarsi le mani con la storia, quella vera. Con le storie di partigiani che furono anche, se non soprattutto, giovani.
Raccontare la Resistenza nella sua umanità
“Esiste una narrazione “facile” della resistenza ossia quella dei martiri – scrive Malaguti -. E una narrazione “difficile”, quella di chi, per vincere, dovette compiere violenze, eccessi, errori”. Ma è proprio affrontando questa narrazione più faticosa, che si mantiene vivo lo spirito della Resistenza, anziché trasformarla in un feticcio, in un santino.
La Resistenza fu lotta armata contro il nazifascismo. Perché nei simboli che la celebrano si è scelta la retorica dei martiri, delle vittime, anziché quella dei guerrieri? Non tanto, forse, per nasconderne gli eccessi (connaturati ad ogni guerra, diciamolo senza ipocrisie). Forse perché la Resistenza fu composta da tante anime con visioni del mondo talvolta in conflitto tra loro. O forse anche perché gli italiani nel dopoguerra hanno liquidato in fretta il Fascismo, anziché farci i conti (paradossalmente, però, il nostro paese è tutt’ora infestato di monumenti che richiamano il ventennio).
Eppure, se vogliamo che le persone si riconoscano nelle storie dei combattenti partigiani, ha molto più senso mostrare i loro errori, le loro debolezze, anziché farne delle caricature mitiche, irraggiungibili.
Due questioni che ci riguardano
La riflessione di Malaguti interroga almeno due questioni che ci riguardano come cittadini. La prima è il valore di vivere in una società democratica: è corretto in una democrazia affidare ai monumenti, che sono unilaterali, un messaggio così importante? Una celebrazione sterile, appiattita sulla superficie, non tradisce in fondo la Resistenza e i valori che questa lotta ha incarnato?
La seconda questione riguarda il ruolo della scuola, che Malaguti conosce bene. Scuola che, più che promuovere lo spirito della Resistenza, sembra privilegiare da sempre il suo contrario: il rispetto dell’autorità, la passività, il conformismo. Raramente lo spirito critico, di certo non quello ribelle. Nella migliore delle ipotesi, parla ai giovani come i monumenti: in modo unidirezionale.
Ma la Resistenza, per il valore che ha avuto nel costruire ciò che siamo oggi, andrebbe appresa, anziché semplicemente studiata come “fatto” storico. Perché, dice l’autore, “come atteggiamento, come missione etica e civile continua ad esistere e non perdere mai di senso”. Ed è sano e vitale che continui ad esistere ovunque ci sia un potere, specie in uno spazio democratico in cui il potere dovrebbe essere oggetto di critiche e discussioni.
Meglio dei monumenti allora sono le narrazioni – Malaguti attinge a piene mani da Meneghello, Fenoglio, Pavese – capaci di restituire anche le contraddizioni e gli errori. È in queste storie vere che un giovane oggi può forse riconoscersi.
Altrimenti “il nostro diritto alla memoria si coagula attorno a oggetti troppo lisci, lucidi, perfetti: il motto, il monumento, la lapide”. Lasciandoci così “succubi, senza diritto di replica di fronte agli eroi”.
La guerra di resistenza contro i nazifascismo fu, per nostra fortuna, vinta dai partigiani e dagli alleati, ma sarebbe (anzi, è) un errore grossolano pretendere che la positività dei valori (libertà e lotta all’oppressione) corrisponda alla positività della storia… Abbiamo iniziato a prediligere la memoria più digeribile delle vittime alla memoria della lotta.
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