Il Cinema teatro Duomo. Cinema di comunità come esperienza di rigenerazione urbana 

* Questo articolo in realtà non è mio, ma è un’intervista che mi ha fatto Barbara Pregnolato per il numero di REM 1/2024 (potete richiederlo qui per leggere l’intervista integrale). Io l’ho accorciato, togliendo alcuni passaggi ridondanti o “invecchiati”. Lo propongo per il quarto compleanno del cinema teatro Duomo in questa sua nuova vita.

Viviamo tempi difficili per i centri storici delle nostre città: la frenesia del commercio, che a partire dagli anni ’90 si è spostata nei centri commerciali, è ora nel web. (…) Le politiche locali da decenni si trovano di fronte al tema di trattenere le persone nei centri storici, offrendo loro occasioni di svago, di commercio alternativo e di intrattenimento. In questa direzione anche Rovigo, negli ultimi anni, ha dato prova di reagire a questo fenomeno distruttivo. (…)

Quello che dà segnali di speranza sono però le esperienze culturali che partono o si sviluppano dal basso grazie ad associazioni e realtà locali, quindi le diverse rassegne della primavera-estate e da qualche anno la  riapertura del Cinema Teatro Duomo come cinema di comunità, che riesce a catalizzare fruitori provenienti anche da fuori città grazie ad una programmazione di cinema d’essai, alternativa al cinema commerciale.

Abbiamo cercato di capire con Francesco Casoni, responsabile della  comunicazione di Zico – cooperativa sociale che gestisce il teatro dalla  sua riapertura del 2021 – quale sia la genesi di questo progetto.  

Ripercorriamo le origini del progetto Cinema Teatro Duomo come cinema di comunità ed esperienza di riapertura di una sala cinema da parte  di associazioni e gruppi di volontariato. Da chi è partita l’idea? Vi siete ispirati ad altre realtà presenti altrove? 

L’idea che il cinema teatro Duomo dovesse essere un luogo “di comunità” era in qualche modo già scritta nella sua storia. Ce ne siamo accorti subito, quando a fine 2020 abbiamo iniziato a pianificare la riapertura, confrontandoci con un buon numero di persone che a Rovigo avevano trascorsi nel campo della cultura, del cinema, del teatro. Oltre a raccogliere le loro opinioni, proposte o suggerimenti, abbiamo iniziato a scoprire una grande varietà di ricordi legati a questa sala: le proiezioni della domenica, il teatro amatoriale, i convegni, eventi specifici, perfino le assemblee di istituto. Ci è sembrato un luogo intriso di storie ed emozioni. Abbiamo pensato che proprio su questa dimensione comunitaria si potesse provare a puntare per cercare la nostra strada. (…).

La forte identità comunitaria di questa sala è anche il motivo per cui abbiamo scelto di non usare mai il marchio di Zico e di mantenere lo  storico nome. Anche la nuova linea grafica e il logo rispecchiano la volontà di non stravolgere l’identità del cinema teatro Duomo. Se mai un  giorno dovesse cambiare nome e identità, ci sembra giusto che questo cambiamento parta dalle idee e dall’immaginazione della sua comunità.  

Da allora cosa è cambiato?  

(…) Quando abbiamo iniziato ad annunciare la riapertura, nell’estate del 2021, sentivamo che stavamo prendendo in mano un pezzo di storia della città da maneggiare con cura. C’era un grande entusiasmo, che temevamo seriamente di poter deludere. Tra giugno e settembre abbiamo portato in giro un’enorme installazione, un albero, su cui i cittadini potevano appendere “frutti” con parole chiave capaci di raccontare  come immaginavano il futuro della loro sala. A inizio novembre abbiamo  riaperto le porte non con un film, ma con un weekend di visite guidate, durante le quali i partecipanti riscoprivano la grande sala, il foyer, la  galleria e il retropalco, mentre assistevano a performance di danza e di  teatro, cortometraggi e sessioni di body percussion, un mix che rispecchiava la varietà di esperienze che volevamo accogliere. (…) Forse il risultato più grande è stato consolidare l’idea del Duomo come un “nuovo” cinema e non solo come una vecchia sala recuperata. C’era una grandissima richiesta di un cinema in centro, assente dal lontano 2008, e questo ci ha portati a  investire la maggior parte delle energie sulla programmazione cinematografica (…).  

Allo stesso tempo, cerchiamo di arricchire il cinema stesso con qualcosa in più: laboratori per bambini, approfondimenti con esperti, ospiti, perfino degustazioni ed esperienze sensoriali. 

La dimensione comunitaria la ritroviamo nel legame con il pubblico, che ci restituisce la percezione di un clima quasi “di famiglia”. Molti  sono spettatori affezionati, che tornano ogni settimana e anche più volte la settimana. A volte li conosciamo per nome, tanto che li raccontiamo  nella newsletter settimanale. Del resto, un cinema o un teatro esistono e vivono se c’è il pubblico, che è la sua vera anima. (…)

Vista da fuori ritengo la vostra esperienza un esempio concreto di  come si possa realizzare un progetto di cinema e intrattenimento colto  di grande valore per la rivitalizzazione del centro storico e per offrire  una proposta che si differenzi dal cinema commerciale. Quali sono a  vostro giudizio i risultati ottenuti? Le difficoltà, se ci sono? 

Il risultato più importante è stato scoprire che c’è una comunità – nemmeno tanto piccola – di persone pronte a frequentare un cinema  in città. Un dato affatto scontato qualche anno fa. (…)

Abbiamo compreso che non basta proiettare un bel film, dato che questa esperienza si può fare comodamente seduti sul divano. Occorre  offrire una buona ragione alle persone per uscire di casa e affrontare qualche “scomodità” per vivere un’esperienza positiva in sala. Noi ci proviamo arricchendo l’offerta del cinema con qualche ingrediente in più: abbiamo coinvolto registi e attori famosi, ma anche giovani talenti emergenti o “esperti” di temi culturali, sociali, civili, capaci di intercettare la grande curiosità del nostro pubblico.  

E ci sforziamo di ascoltare gli spettatori, raccogliere proposte, richieste, che proviamo a concretizzare nei limiti del possibile. Le difficoltà non mancano certo: questo approccio richiede ovviamente più creatività e immaginazione, una dedizione quasi totale, non sempre compatibile con i tempi frenetici della rincorsa alle ultime uscite. Ancora più complicato è riuscire a fare cinema di qualità e conservare l’apertura al teatro o agli eventi della città, un equilibrio che non sempre  funziona. Diciamo che facciamo il meglio che possiamo e ci sforziamo di imparare.  

Non vorremmo, insomma, dipingere un quadro tutto rose e fiori: certamente non sono mancati problemi, delusioni, serate storte, critiche, vere e proprie porte in faccia. Ma ad essere sinceri tutto questo passa in secondo piano, rispetto alle molte forme di supporto arrivate. Penso a negozianti che hanno voluto fare cose insieme o a chi ci dà una mano a  diffondere il programma delle proiezioni, fino a chi ci ha portato biscottini, regali e perfino dato abbracci per strada. È già un privilegio avere potuto catalizzare energie così positive. 

Esistono sinergie con altre realtà culturali e dell’intrattenimento della città? 

(…) Abbiamo fin dagli esordi un legame speciale con FITA e Minimiteatri, che nella prima stagione sono state nel “comitato scientifico” del progetto. (…) Nel costruire la nostra programmazione di cinema, d’altro canto, cerchiamo di trovare collaborazioni virtuose con le realtà culturali della città. Tra tutte, Palazzo Roverella, con cui anche quest’anno abbiamo proposto una rassegna (…).  

Merita una speciale menzione il Conservatorio e il suo straordinario Dipartimento di musica per film, con cui abbiamo condiviso l’evento di  inaugurazione, ma anche altre serate tra film e musica dal vivo. (…) Fa sorridere la frenesia con cui a Rovigo cerchiamo di scrollarci di dosso la nomea di città più noiosa d’Italia. Siamo una città ricchissima di realtà culturali ed eventi, semmai occorre mettersi in ascolto reciproco e tentare di contaminarsi a vicenda.  

Stando sul concreto, quanto contano le istituzioni per la sostenibilità di  iniziative come questa? Pensate siano possibili altri cinema di comunità in provincia? 

Credo sia chiaro che un cinema in centro storico non può funzionare secondo criteri puramente commerciali. Va considerato come uno spazio pubblico di socialità, prima ancora che di cultura, come i teatri o le biblioteche. 

Nel caso del cinema teatro Duomo la nostra visione di impresa sociale è stata fondamentale, ma senza il sostegno economico iniziale della Fondazione Rovigo Cultura difficilmente saremmo riusciti anche solo ad  elaborare il progetto di gestione.  

Poi conta anche la capacità di diversificare le fonti di sostentamento, saper accedere ai finanziamenti e alle agevolazioni per il nostro settore e soprattutto partecipare a bandi e progetti, allargando gli orizzonti oltre alla semplice gestione di una sala cinematografica.  

Ad esempio, grazie al progetto “Cedro” del Comune di Rovigo, abbiamo potuto offrire gratuitamente la prima edizione della nostra rassegna estiva per i bambini, “Cinema al parco”, che è stata un successo, portando in città una formula di cinema estivo che prima non c’era. Con il supporto della Fondazione per lo Sviluppo del Polesine e in collaborazione  con il circolo del cinema “Mazzacurati” di Adria abbiamo realizzato il  festival “Cinema in piazza”, tutte proiezioni gratuite sul liston di piazza Vittorio Emanuele II.  

Grazie ai bandi si può anche fare innovazione. Un esempio su tutti: l’anno scorso con il progetto “Io s(u)ono”, finanziato dai Ministeri della  Cultura e dell’Istruzione, abbiamo formato un gruppo di studenti delle  scuole medie “Casalini”, perché realizzassero il loro primo videoclip  musicale, “Promesse”. In questo percorso abbiamo potuto coinvolgere  alcuni tra i più brillanti talenti di Rovigo, come Alberto Gambato e Elena Cabria per le competenze cinematografiche e Graziano Beggio per la parte musicale. 

Si può riproporre qualcosa del genere altrove? Ovviamente non c’è una formula magica che funziona dappertutto, ma esperimenti analoghi si  possono proporre anche in altri comuni: ciò che conta è che ci sia una  comunità pronta a sostenerli e che chi gestisce spazi di questo genere  sappia coinvolgere le persone, le organizzazioni, le reti in cui opera.  Come? Nelle relazioni, nell’attivismo, nella presenza quotidiana nella  comunità con cui si vuole collaborare. Ci sembra l’unica strada possibile anche per rigenerare centri storici che non vogliamo pensare destinati a spegnersi. 

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