L’intervista che segue è una versione riveduta e aggiornata di quella uscita nel numero di REM del giugno 2018. Fa parte di un trittico di conversazioni dedicate al Grande Fiume con Massimiliano Valvassori (Touring Club Italiano), Antonio Nicoletti (Legambiente) e Guido Conti, scrittore e autore del fondamentale “Il Grande Fiume Po”.
Che cos’è oggi il Po?
“Cos’è il Po? E’ la cartina di tornasole di un problema gigantesco, la storia dell’Italia degli ultimi settant’anni, un modello di sviluppo che non funziona più”.
Se si vogliono cercare idee per affrontare il declino del Grande Fiume, occorre innanzitutto porsi il problema della sua identità. Cos’è il Po? Non si può non chiederlo a lui, lo scrittore parmense Guido Conti, che alle terre attraversate dal Po ha dedicato gran parte delle sue narrazioni. Nel 2012 ha dato alle stampe il poderoso libro “Il grande fiume Po” (Mondadori), una summa delle sue esplorazioni nel territorio, un vero e proprio viaggio dal Monviso al Delta, che del Grande Fiume ripercorre ed evoca storia, mitologia, letteratura, arte e tradizioni, ma anche le storie delle sue genti, con i loro destini sempre legati ai benefici e alla furia delle piene.
Chiacchieriamo al telefono e iniziamo proprio dall’identità. A qualcuno verranno in mente i riti con le ampolle alla sorgente sul Monviso, ma non è questo genere di identità che stiamo cercando. “Oggi tutti si sono impossessati della sua mitologia – commenta Conti -. Questo è un problema, ma è anche interessante, segnale che c’è un bisogno di identità, in un’epoca in cui la globalizzazione mette a soqquadro tutto”.
Cos’è il Po, insomma? “Siamo una sedimentazione di storie, che dura da circa tremila anni. Questa è terra di invasioni e noi siamo il frutto di questa stratificazione di popoli”. E’ nel suo continuo cambiare, l’identità del Grande Fiume: “Il Po non è mai uguale a se stesso. Oggi attraversa quattro regioni, ma già nell’Ottocento ci si poneva il problema di come renderlo unito: attraversava sei o sette regioni”, continua lo scrittore.
Oggi, come nel passato, è un luogo cruciale della penisola. “E’ un grande confine, ma non un confine che separa l’Italia del nord da quella del Sud. Questa è una stupidaggine. E’ un confine che unisce l’Europa del Nord al Sud”. Un confine importantissimo fin dall’antichità. “Come mai Fetonte si butta nel Po? Chiediamocelo. Il Po era il confine più settentrionale dei commerci greci, lo testimoniano i reperti dei musei di Adria e di Spina. Sono queste le radici che dobbiamo recuperare”.
Un luogo del mito ridotto ad una fogna
E oggi, cosa resta del mitico fiume che per duemila anni ha ispirato letterati e poeti, da Virgilio a Guareschi? “L’hanno ridotto ad una fogna, lo scolo di quattro o cinque milioni di abitanti. La pianura padana è tra i territori più inquinati del mondo. Siamo messi peggio di Pechino. Vogliamo dirlo?”
Cosa fare, allora? Alla domanda, Conti risponde subito: “Occorrerebbe una rivoluzione culturale”. Ma mica ha in testa Mao Tse Tung, chiariamolo: “Intendo un cambiamento che parta proprio dalla cultura. Dobbiamo recuperare un’idea di cultura, fondamentale per cambiare direzione. Non è solo un discorso politico, ma culturale, perché alla politica di questo non frega niente. Cosa si fa, invece? Una nuova autostrada, una nuova diga”.
Il modello di sviluppo economico che ha dominato l’Italia per decenni sta mostrando i propri limiti, ma anche il proprio impatto devastante, spesso insanabile: “Sai cosa bisognerebbe fare? Cominciare a piantare dei boschi”. Sembra una proposta stravagante, ma nella pianura tra le più inquinate al mondo suona come la strada più sensata da imboccare, se si vuole sopravvivere: “Il modello di sviluppo del cemento e dei capannoni si è esaurito. Lascia le macerie di un periodo industriale che finirà alla svelta”.
Un modello che ha sconvolto la natura della valle padana. “Quando hanno incanalato il Po, l’hanno distrutto – continua Conti -. La diga di Piacenza ha fermato la migrazione delle anguille. Nelle campagne sono sparite le rondini, che non trovano più dove nidificare. In compenso sono arrivati i gabbiani”. Perché c’è anche questo fenomeno: la natura si sta adattando al cambiamento. “Stanno cambiando le specie di pesci. Nelle nostre terre tornano gli istrici, i tassi, perfino i lupi per l’abbandono del territorio. E’ saltato l’equilibrio precedente, ma la natura si riadatta”. Noi saremo in grado di fare altrettanto?
Per il momento, sembriamo più occupati ad avvelenarci: “Non parlatemi di coltivazioni bio in pianura padana – dice Conti -. In provincia di Pavia bruciano i rifiuti tossici, sotto l’alta velocità ne hanno sepolti altri. Abbiamo visto l’inquinamento delle città lo scorso inverno”.
Come salvare il Grande Fiume (e noi stessi)?
Conti non ostenta ottimismo. Sarà per quello che vede scorrere lungo il Grande Fiume: “Il degrado morale di questo paese si rispecchia nel fiume. Una volta, pensa, il Po era pieno di cocaina: era quella che scaricavano i cessi di Milano. Dunque, recuperare un equilibrio perduto, significa anche recuperare l’etica di un paese”.
Sicuramente non è la politica il soggetto a cui delegare il cambiamento, sempre più urgente, mentre lo smog alle stelle provoca migliaia di morti, altro che la criminalità. “Forse si inizierà a fare qualcosa quando la gente morirà come le cavallette, quando ci sarà un’epidemia vera”.
(L’articolo è del 2018. Nel frattempo l’epidemia vera c’è stata, ma la possibilità che cambiasse il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita si è esaurita dopo poche settimane).
Paradossalmente, l’autore de “Il Grande Fiume” nutre più speranza negli ultimi arrivati. “Si fa grande polemica per l’accoglienza di otto africani in un paese, ma qui nel parmense intanto ci sono ventimila indiani del Punjab. Sono silenziosi, quasi invisibili, vivono nelle campagne, ma i loro figli frequentano le nostre scuole. Loro sono più integrati di noi”. Paradossale, ma non troppo: “Sai perchè sono qui? Perchè vengono da un paesaggio simile al nostro. Si sono più integrati loro, lungo il Po, di noi, che invece abbiamo perduto le nostre radici. Forse è qui la salvezza”.
Proviamo a mettere insieme una “ricetta” per cambiare le cose. “La prima cosa da fare è rimettere in moto le idee – elenca Conti -. Basta una scintilla per accendere un fuoco”. Poi: “Andare in cerca di esempi positivi”. I territori sono pieni di iniziative, spesso piccole, in genere dal basso, che vanno nella direzione giusta.
Poi, dice lo scrittore, c’è la responsabilità personale: “Ognuno deve fare il suo. La mancanza di etica si vede anche dalla spazzatura gettata nei fossi. La mancanza di rispetto verso lo Stato, visto come qualcosa da fregare, è mancanza di rispetto verso ciò che è di tutti”.
Per cambiare, bisogna prima immaginare. Che significa partire da un’immaginario, quello del Po, fatto di secoli di storia, arte, letteratura, cultura. “Senza l’immaginario – ribadisce lo scrittore – non fai nulla. Se vogliamo cambiare, dobbiamo iniziare ad immaginare il Po come un fiume in cui nuotano le trote. Un fiume bellissimo. E a quello rivolgerci”.
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