I diari di bordo di un volontario di Emergency. Capitolo 1. Il primo banchetto non si scorda mai

Dal 2002 sono stato volontario in pianta stabile di Emergency fino a qualche anno fa, anche se ho poi continuato a collaborare con il gruppo in varie occasioni, ogni volta che ho potuto.

Per un lungo periodo ho tenuto un divertente diario di bordo, in cui raccontavo banchetti, incontri nelle scuole e altri tipici momenti da volontario. Lo condividevo con il gruppo, ma non l’ho mai pubblicato.

Lo pubblico qui. Sono una quindicina di puntate, che mi sono divertito a rileggere e rimaneggiare, ritrovando volti e nomi del passato, ma anche un filo rosso che lega quel periodo al gruppo di oggi, profondamente cambiato, eppure straordinariamente attivo e vitale come l’organizzazione umanitaria che sostiene.

Uno spettacolo di Marco Paolini

Rovigo, Teatro Sociale, 21 Gennaio 2003

La mia giornata era iniziata bene con una visita dermatologica di routine alle otto e mezzo del mattino e un debito di sonno canonico dalla sera precedente: mi consola il medico che mi accoglie stringendosi la testa tra le tempie e mugolando “Che pitona!” con aria distrutta. Poveraccio! Come lo capisco!

Con questo carico di entusiasmo addosso, dopo aver caricato la roba, arrivo al Teatro Sociale in perfetto orario, parcheggio sfacciatamente in divieto di sosta come fossi un ambasciatore e vengo accolto da Rosella e Gaia. Il magnifico trio scarica la roba tra gli sguardi perplessi del folto pubblico in attesa di Paolini.

Disponiamo il banchetto, studiando attentamente la migliore disposizione della tonnellata di roba nell’esiguità dello spazio, con filosofiche discussioni del tipo “i volantini stanno meglio qui davanti”, “i cappellini coprono i tappetini del mouse”, “il colore delle magliette stona con quello degli ombrellini”. C’è una collezione di gadget da fare invidia alla Barbie.

Il pubblico comincia a entrare. Vediamo con i nostri occhi carichi di speranze una coppia di anziane signore in pelliccia che si avvicinano. Ma il nostro mondo dorato va presto in frantumi, quando ci chiedono: “scusate, per gli abbonamenti dobbiamo rivolgerci qui?”. Gaia risponde cortesemente di no.

La gag si ripete un paio di volte e Gaia comincia a dare segni di nervosismo, mentre io e Rosella ci guardiamo sconsolati. La serie di domande inopportune si protrae per diversi minuti e Gaia inizia a mandare affanculo la gente (ma con la debita cortesia) mentre io progetto di fare harakiri per la disperazione.

Inizia lo spettacolo e noi ce ne rimaniamo nell’atrio, attoniti come dei babbei. Unico raggio di sole, una “maschera” che ci porta in offerta i soldini raccolti con il guardaroba. Grazie! Che carini!

Durante lo spettacolo, Gaia sbircia in sala, rimirando il bel sedere di Paolini che tanto adora, Rosella fa l’oroscopo a tutti, io racconto simpatici aneddoti sulla mia vita. Si scopre che io e Gaia abbiamo cantato nello stesso coro (non me ne ricordo affatto, ma è normale, io scordo tutto continuamente), poi io racconto tutta la mia carriera artistica dal maestro Casetta (mitico insegnante di musica e piffero alle elementari, instancabile divulgatore del brano Si si la la sol sol) ad oggi e Rosella mi narra una lunga serie di storie di vita su un amico comune e sul teatro in genere.

(L’amico comune è Mario degli Arachide Jumbo, che a Rosella ha pure dedicato una canzone, “Rosasolare”).

Insomma, non ci passa un cazzo.

Giunge l’intervallo. La gente passa, ci guarda e va a prendersi il caffé.

(Io e Rosella abbiamo già approfittato del bar, scoprendo che il barista è un fan di Emergency: gli manca solo l’ombrellino per avere la collezione completa! Yu-huuu!)

Secondo tempo. Proseguono i racconti della mia vita, intrecciati a quelli della vita di
Rosella e Gaia. A metà serata mi fumo una sigaretta sulla porta.

Quando torno dentro, mi accorgo che Gaia sta cominciando a dare di testa e scopriamo che è innamorata follemente di Marco Paolini. Le proponiamo di infiltrarci nei camerini. Poi la discussione torna sui segni zodiacali, sui miei tic, su storielle e aneddoti e così via. Ci tengono compagnia, di tanto in tanto, le “maschere”, nei momenti in cui possono rompere le righe, poveracce anche loro!

Finisce lo spettacolo. Gaia ci assicura che saremo sommersi di gente. Io mi preparo
spiritualmente, ma nulla accade. La gente scende, si ammassa nella sala. Una tizia con il
tatto di un elefante si avvicina concitata e ci chiede qualcosa del tipo: “da dove si esce?”

La serata si conclude con l’uscita di Paolini che, impegnato a sfuggire ai fans, ci sfreccia
davanti e manco ci caga. Alè!

Gaia, invasata come una fan dei Take That, prima si blocca emotivamente, balbettando, poi gli corre dietro gridando: “MARCOOO! MARCOOO!” Ma Marco se n’è andato (e non ritorna più).

A fine serata traggo due ordini di conclusioni:

  1. la prossima volta mi metterò in mutande sul banchetto come Morandi, per attirare l’attenzione (perlomeno non mi scambieranno per un addetto agli abbonamenti);
  2. nonostante l’andazzo deludente del mio primo banchetto, ci hanno sollevato il morale il barista dell’ombrello, l’offerta del guardaroba, una coppia che ci ha sganciato una bella mancia e s’è dichiarata orgogliosa di esibire lo straccio di pace, le due persone che hanno comprato i libri, una nostra amica che aveva già firmato l’appello ma voleva firmarlo di nuovo e quei pochi che si sono pigliati almeno il volantino.

Insomma, poteva andare peggio.

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