Rinunciare alla parola per riscoprire la bellezza di ascoltare

L’altra sera ho visto “Everything everywhere all at once”, film di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, che uscì all’epoca come “Il film definitivo sul multiverso”.

Protagonista è una donna cinese trapiantata negli Stati Uniti: gestisce una lavanderia, si scontra con il fisco e il caos quotidiano, è in crisi con il marito e in un rapporto difficile con la figlia. Finché non arriva la “chiamata”: una minaccia cosmica da affrontare la costringerà a sfruttare le infinite possibilità offerte dalle sue infinite versioni in altri universi. Comprese le più assurde e comiche.

Questa è più o meno la trama. Diciamo non un elenco di situazioni di vita quotidiana.

Ma “Everything everywhere all at once” ovviamente è altro: è la storia di una mamma, che deve ricostruire il legame disintegrato con la giovane figlia e ritrovare un senso al proprio matrimonio. E questa, viaggi nel multiverso a parte, è una storia universale. Tocca corde che possiamo sentire vibrare tutti, genitori e figli, donne e uomini.

Se c’è un valore nel narrare storie è questo ed è un valore innanzitutto formativo, per la capacità che hanno le storie di insegnarci qualcosa sul mondo e sull’animo umano. Ma spesso confrontarsi con vite narrate è qualcosa di più: può essere perfino terapeutico.

Il mio migliore intervento pubblico di sempre

Bene, avrei voluto partire da qui, nell’aprire (nella mia impacciata veste di presidente della giuria) l’evento di presentazione del libro “Venti inediti racconti brevi” di quest’anno, mercoledì 22 ottobre al Ridotto del Teatro Sociale.

Avevo pensato di partire proprio dal potere di queste piccole storie, nate dal concorso “Sergio Garbato” della Fondazione Banca del Monte, di raccontare sempre qualcosa di universale. E di dirci qualcosa su di noi, di aiutarci a capire qualcosa su di noi.

Ma poi siamo partiti in ritardo, c’era la foto di gruppo da fare per la stampa, c’erano i saluti istituzionali di questo e di quello e poi la presentazione del (bellissimo) podcast “Storie di ragazzi”, con dieci puntate tratte proprio dai racconti, oltre ad un bel ricordo di Sergio Garbato.

E insomma, tutte queste cose alla fine si erano già mangiare tre quarti d’ora… e io volevo assolutamente sentire parlare le ragazze e i ragazzi.

Così tutte le cose che ho scritto sopra non le ho dette ed è stato uno dei miei migliori interventi pubblici. Sapete perchè?

Il potere della scrittura per i giovani

Perché ascoltare le autrici e gli autori – giovanissimi – di questa raccolta è stato di gran lunga più interessante del bel monologo di cui sopra. E sono uscito maledicendomi per non aver registrato le nostre chiacchierate, condotte questa volta in tandem con Micol Andreasi. Di questi giovani scrittori e scrittrici è emersa non solo l’ovvia purezza e lo sguardo giovane sul mondo, ma la profondità di pensiero e la capacità creativa.

Con Anita Bertazzo e Francesco Chieregato abbiamo parlato di racconti a sfondo storico: Anita autrice di un’ottima storia bellica, “Contaminati”, scritta con grande senso dell’azione e delle tinte drammatiche, ma capace anche di far comprendere l’universalità della tragedia umana che è la guerra; Francesco autore invece di una storia ambientata nel tragico contesto del genocidio in Rwanda degli anni Novanta. Con loro abbiamo parlato anche del perché si sceglie di scrivere storie come queste, a volte per l’esigenza di conoscere e fare conoscere. A volte nella convinzione, dice Anita, che “un libro può essere un modo per cambiare le cose”.

Con Ilaria Nicoli, Giovanni Bagatin e Cecilia Bertazzo abbiamo dialogato attorno a tre storie che nascono dalla vita comune. Ilaria, autrice del tenero “Un bambino e una bambina” in cui due amici d’infanzia si ritrovano adulti, ci ha anche ricordato anche quanto la scrittura possa essere utile per dare forma e ordine ai propri pensieri. Giovanni ha portato il suo “Mnemosine”, storia di un figlio a confronto con la malattia della madre, racconto nato dalla sensibilità personale, dai ricordi del nonno malato e dalla volontà di raccontare il morbo di Alzheimer dal punto di vista umano e della relazioni. Cecilia ha scritto “Come ghiaccio tra le mani”, piccola storia incantevole, che lascia addosso le atmosfere e le sensazioni di giornate estive. Storia nata, ci ha raccontato, dalla casualità: generando parole a caso e giocandoci fino a trovare un’idea.

Elena Ghiotto e Alberto La Paglia hanno conversato con noi attorno al tema delle passioni. Ne “Il gioco della vita”, la giovanissima Elena ha narrato di come lo sport – qui il tennis, sua passione – aiuti a trovare sé stesse e allenare capacità personali che fanno la differenza anche fuori dal campo da gioco. Alberto con il più oscuro “L’artista” parla invece di come la passione per l’arte può condurre alla maledizione e all’autodistruzione. Lo ha scritto, dice, ispirandosi a molta letteratura, a D’Annunzio e a Oscar Wilde, ma anche al film “The brutalist”.

Chiacchierare con loro mi ha fatto paradossalmente passare ogni voglia di scrivere, parlare, creare. E mi ha fatto venire una grande fame di leggere, ascoltare, ammirare lo sbocciare di talenti altrui. Mi ha fatto sentire le loro parole più interessanti delle mie. Ed è una sensazione immensamente bella e liberatoria.

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