E così, dopo un 2015 afotonico, siamo nel 2016, quando il blog ufficiale della band annuncia il ritorno in sala prove dei quattro superstiti, evento che rischia di mettere in ombra la stantìa reunion dei Take That, quella del cast di “Friends” o il reboot di “Star Wars”.
I contatti tra i vari musicisti sono ripresi verso la fine dell’anno precedente e la ritrovata unità viene suggellata addentando generose fette di panettone in scadenza, portato da Nicola, e brindisi con ottimo Montepulciano d’Abruzzo delle cantine Eurospin, dono dell’enologo Gianni.
Francesco, invece, dona le ultime copie disponibili del suo libercolo di vignette “Scarafaggi”.
Come sempre, però, sul nuovo progetto musicale incombe il motto “Molte idee, ma ben confuse”, oltre a una non meglio precisata rivendicazione di specificità proprie (e di chi, sennò?), che l’Arachide Jumbo vorrebbe gli fossero attribuite da industria musicale e mercato discografico in combinato disposto, una Zes (anzi, una Zms, Zona Musicale Speciale) di uscita dalla congiuntura di inaridimento creativo.
Ogni membro del quartetto è arrivato con il proprio bagaglio musicale da casa: o si fa fusion o verrà fuori un pezzo con un riff di chitarra rock ‘n’ roll, con Mario che canta il tradizionale dialettale “E mi e ti e Toni”, Cesco che suona il suo nuovo synth con l’effetto arp e Gianni che picchia sui tamburi come se fosse un brano dei Colosseum.
L’unica novità degna di nota è che la paziente compagna del tastierista, stufa di vederlo sfogare le sue velleità artistiche su strumenti di ripiego, come lo xilofono giocattolo della figlia, gli ha regalato un fantastico Micro Korg con il vocoder, che ovviamente Cesco usa come farebbe un bambino di 5 anni, ossia per fare le voci buffe in sala prove. (…)
Perle ai porci
La band si mette al lavoro su spezzoni di brani e cerca di buttare lì dei testi, pur consapevole di stare producendo perle da gettare ai porci.
Dato che da Mario e Nicola è stato partorito un riff simil flamenco, ad esempio, non resta che rabberciare un testo che contenga le seguenti parole: te quiero, mi amor, bailando, esta noche. Si mescola il tutto e abbiamo finalmente il brano per il tour estivo. Ma il testo non viene.
Una nuova hit dell’estate, in realtà, verrà partorita poco tempo dopo per puro caso, durante un’improvvisazione. Battezzata da Gianni come il successo planetario dell’Arachide Jumbo, grazie alla struttura semplice e al riff accattivante, si rivelerà invece la polpetta avvelenata che ammazzerà la band. Ma non spoileriamo ora il finale.
Un piano viene proposto da Nicola, nel tentativo di fare sintesi delle diverse posizioni: continuare in quattro, con un repertorio interamente strumentale, inserendo cover di brani tratti da colonne sonore di film e rielaborati a nostro gusto, più altro materiale di nostra composizione.
Il Cesco non dispera di ricavare nuovo materiale per un cd. Speranza vana. Il piano è buono, ma manca un po’ di organizzazione o forse non garba a tutti.
Inoltre le prove si fanno sempre più rade – per impegni di teatro di Mario & Gianni o assenze del tastierista-papà – e sempre più brevi, perché ormai alle undici e mezza buona parte della band è più intenta a sbadigliare, che a suonare.
Si suona dal vivo (gratis)
A interrompere nuovamente la lavorazione dei brani autoctoni arriva la proposta di un nuovo concerto, portata da un Gianni emozionato e saltellante, accolta con tiepido entusiasmo da Mario e con malcelato fastidio da Nicola e Cesco.
Non essendo ancora pronto un repertorio strumentale, la strategia è ancora una volta di riesumare il vecchio programma di cover, ferme in un cassetto ragnateloso da epoche remote e nel frattempo rimpinguate con qualche nuovo brano, non esattamente centrato sui gusti del tastierista, tipo “Blitzkrieg bop” dei Ramones.
Alla fine accettano tutti, perfino Mario, che è sempre più impegnato col teatro, e perfino il pianolista, che aveva dichiarato di non voler più suonare cover, cascasse il mondo. Vince la nostalgia canaglia, perché il nuovo concerto è l’occasione per far tornare sul palco perfino l’ex cantante Barbara. E poi c’è Gianni che presenta, dicono. Vorrai mica perderti Gianni che presenta?
La data fatidica è il 1° maggio 2016, la location è Battaglia Terme, l’evento è “Canale fiorito”, fiera di grido del caratteristico comune euganeo. Pubblico assicurato.
Certo, le premesse non sono delle migliori: c’è il calo di energia e voglia di fare primaverile, lo scarso tempo per provare, il molto tempo trascorso dall’ultima volta che il gruppo ha suonato le cover tutti assieme e appena un mese per essere pronti. Ci sono, insomma, tutte le premesse per un disastro, come appare evidente alla prima prova, una domenica pomeriggio, in cui la band scazza tutto ciò che è possibile scazzare, dimentica accordi, attacchi, assoli e chi più ne ha, più ne metta, anche grazie alla sana abitudine, fin dalle ere più remote, di non mettere per iscritto i brani.
Esorcizzare una pianola posseduta
Tra i foschi presagi di questi giorni, c’è anche il default tecnico, ai primi di aprile, della pianola Solton, che ormai ha accumulato quasi vent’anni di onorata carriera (era già usata quando, nel 1998, il tastierista la adottò in un negozio di Occhiobello) e svariate tonnellate di polvere.
Durante le prove per il concerto del Primo Maggio, l’attempata Solton impazzisce di botto e decide di darsi al death metal, applicando a tutti i suoni una distorsione che fa assomigliare un brano pop ad una canzone dei Dimmu Borgir.
Da qui scaturisce la drammatica decisione: una delicata operazione a cuore aperto, per salvare la vecchia, affezionata pianola. Una domenica pomeriggio, Cesco e Mario sventrano la povera creatura, eseguendo un delicato intervento di restauro conservativo, previamente concordato con la Soprintendenza ai Beni Culturali, consistente sostanzialmente in due fasi: 1) rimuovere alcuni covoni di polvere, sudicio e materia organica accumulatisi in più punti chiave nel corso dei lustri; 2) inondare l’apparecchiatura con massicce dosi di Svitol.
L’intervento riesce perfettamente. Cesco, che è animista, ritiene che la tastiera abbia ripreso a funzionare spontaneamente, terrorizzata dal pomeriggio di sevizie. Di fatto, ora è pronta per tornare sul palco.
Anche il meteo si accanisce sull’Arachide Jumbo
Nel frattempo, però, un’insolita ondata di maltempo si abbatte sulla pianura padana.
Molti si interrogano sul bizzarro clima di quei giorni. Qualcuno si risponde. E più di qualcuno si dà pure un voto: un bel sette, se la risposta gli è sembrata pertinente, quattro se non era preparato. Uno che si è risposto molto bene si è dato un otto e mezzo.
C’è chi dice che il freddo, la pioggia e la neve in aprile sono colpa del surriscaldamento del pianeta, provocato dalle emissioni di anidride carbonica dei paesi industrializzati, chi sostiene che è tutta colpa del fenomeno El Niño, chi invece millanta che sia frutto di forze superiori che dominano gli eventi meteorologici. Infine, c’è sempre la tesi secondo cui la responsabilità è del governo in carica (che tuttavia scarica la responsabilità sul governo precedente).
Nessuno collega questa ondata di maltempo e il clima quasi invernale all’ormai imminente concerto degli Arachide Jumbo, che si aggiunge a una serie di altri eventi scatenanti, tipo che c’è uno che ha lavato la macchina.
Gli Arachide, comunque, sono tutti presi da un quesito molto più pressante: se piove, che cosa si fa? Dopo essersi a lungo interrogati su questo, decidono di darsi un bel quattro.
Alla fine il primo maggio piove che Dio la manda. Perfino Gianni, solitamente propenso ad esibirsi in qualunque condizione meteo, fosse anche in mezzo a grandine, cavallette ed epidemie di ebola, si vede costretto ad accettare il diktat dell’organizzazione di “Canale fiorito”, ormai prossimo a diventare “Canale esondato”: la data è annullata.
Almeno Mario conclude qualcosa
Si torna con molta calma e senza mosse brusche in sala prove, dedicandosi di nuovo al materiale di propria produzione, anche se il malumore continua a covare e ad esprimersi in varie occasioni.
Pur nel caos generale, gli Arachide trovano modo di rimettere mano ad un paio di brani storici come “City Car” (noto a suo tempo come “La berretta blu”) e il “Sette Ottavi” (ormai definitivamente ribattezzato “Babele”), a cui Nicola propone e ottiene di aggiungere nuove parti strumentali, che cancellano quelle elaborate in precedenza.
Si avverte, però, la fiacchezza del gruppo. Le convinzioni della band vacillano quando ci si rende conto che “City car”, partorita nel 2008-2009, dopo tanti anni non è ancora finita, per non parlare del “Sette Ottavi”, risalente all’epoca in cui si registrava con il mangiacassette.
Nel 2016 nasce anche il primo abbozzo di quella che sarà sciaguratamente chiamata “La hit dell’estate”, brano che prima Mario tenterà di dotare di un testo in dialetto (bocciato senza appello da tastierista e chitarrista), poi Nicola si proporrà di trasformare in uno strumentale, dominato da una lunga e appassionata masturbazione di chitarra elettrica. Ne parliamo nel prossimo capitolo.
In novembre, Mario raggiunge un obiettivo professionale molto ambito: chiude il negozio di ottica in via Bedendo, dopo essere andato in pensione l’anno prima.
L’evento è celebrato da un articolo di giornale e il chitarrista ipotizza di dedicare una canzone a questo finale di carriera: si chiamerà “Ciao, Mario ciao (i nodi del commercio)”. Il testo fa: “Il solito centro, vuoto come al coprifuoco / Il grano da fare, le lenti da levigare / Vedere ogni giorno / con pioggia o con il sole. / La Borsa e la vista che scende e che sale / E un bel giorno dire basta e andare via”. Eccetera.
Mentre imperversano la confusione e lo sbracamento, resta il solo Nicola ormai a lavorare sui brani, come una Penelope che fa e disfa il tutto giorno e notte.
Canale rifiorito?
L’anno dopo, siamo dunque nel 2017, Gianni torna alla carica, proponendo nuovamente di suonare per il Primo Maggio a Battaglia Terme, recuperando il flop dell’anno prima.
Fattosi più furbo e navigato, però, questa volta il tastierista rifiuta di partecipare, costringendo la band a trovare un altro tastierista solo per quella data.
Il tastierista lo trovano: si chiama Riccardo Imparato, è certamente più bravo del precedente (ci vuole poco), ma la sua partecipazione alle sorti della band si conclude dopo quel concerto.
Concerto che del resto rimarrà l’ultima apparizione pubblica dell’Arachide Jumbo, immortalata in un video su Youtube, caricato dal sempre presente Francesco Munaro, in cui si vede la band eseguire con aria abbastanza compassata la sempreverde “Fortunate son”.
Ma il meteo si accanisce nuovamente sulle sorti della band e la pioggia torna a flagellare Battaglia Terme come l’anno prima.
Stavolta interrompe la band durante l’esecuzione di “Blue” di Lucinda Williams, mentre il service sta già staccando jack e fili perché il telo sul palco non tiene più e piove sulla strumentazione. Del concerto restano due novità: una new entry in repertorio, “Piece of my heart” di Janis Joplin, e soprattutto la domanda tipo Cappuccetto Rosso “Arachidi Jumbo, perché avete le orecchie così grandi?”, dopo che il service aveva rifiutato di microfonare l’amplificatore della chitarra, e fatto alzare il volume a 8 “perché se no il pubblico non sente la chitarra”, costringendo allora il neo tastierista Imparato ad ascoltarsi in cuffia, e cioè a non sentire comunque niente perché sul palco il volume della chitarra era “no limits”.
Ma anche queste sono esperienze. Solo che questa sarà l’ultima del gruppo su un palco, senza fiori e senza formazione originale.
Qui sotto, un estratto del mitico ultimo concerto dell’Arachide Jumbo.
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Se questo finale vi sembra triste, aspettate di vedere come finisce tutta ‘sta saga, nel prossimo episodio (oppure nella biografia ufficiale, che però vi dovete comprare)
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