Premetto che ho molte difficoltà a scrivere in modo ordinato di questo libro, che ho cercato avidamente in libreria e altrettanto avidamente letto.
Ho molte difficoltà, perché lo stesso giorno in cui ho chiuso l’ultima pagina, a distanza di un’ora mi hanno dato la notizia che il caro amico Svarion era morto. E questa irruzione del caos ha ridotto in briciole e spazzato via tutto ciò che mi era rimasto dentro, leggendo questo libro.
E tra l’altro molte cose scritte in questo “Gli uomini pesce” mi hanno richiamato la vita e perfino la morte del mio amico: si parla di lotte partigiane e lotte per l’ambiente, di diritti civili e della pandemia, ma anche di lacerazioni interiori che non sempre guariscono.
E tutto questo con ambientazioni a me vicine, perfino con l’irruzione nella narrazione di persone che conosco o ho conosciuto direttamente.
Tant’è che ero sprofondato nella lettura, appena pochi giorni prima, più con il cuore, che con la testa. Richiamato non solo dall’idea di una storia di “uomini pesce” nel Delta, territorio in cui tutto davvero può accadere (e a volte accade). Ma anche da una quantità di cose che sentivo echeggiare e che infatti ho trovato nelle pagine del libro: luoghi familiari, citazioni letterarie, fatti di cronaca mai dimenticati (perfino questo trova spazio nella storia).
E allora?
Due o tre cose (e tanti link)
Allora racconterò altre due o tre cose, per giustificarmi della mia incapacità di recensire questo libro in modo decente.
La prima, i miei nonni paterni sono originari dell’area di Portomaggiore: di Gambulaga la nonna, di Maiero il nonno. La casa dei miei bisnonni paterni, braccianti agricoli, chiamata “Il Casetto”, è ancora visibile sulla provinciale per San Vito (eccola qui). E’ uno dei tanti ruderi lasciati dallo spopolamento delle campagne, che vediamo ai bordi delle strade, senza chiederci chi li abitava e perché li abbia abbandonati a marcire. Mio nonno Giancarlo è nato ad Ostellato, come Wu Ming 1, in un’epoca in cui esistevano ancora le grandi valli popolate dalle anguille.
La seconda: ho un amore viscerale per il Delta del Po. Non “quello veneto” o “quello emiliano”, che da sempre si contendono il titolo onorifico in un’insulsa diatriba. Per il Delta del Po e basta, che non conosce confini regionali e nel corso dei secoli ha cambiato molte volte forma. E forse neanche per il Delta del Po “vero”, ma per la sua versione immaginata, stratificazione di rare escursioni nel mondo reale e più frequenti letture di ambientazione deltizia. Fil rouge, questo del Delta immaginario, che percorre molti miei trastulli letterari da “Le mille verità” alla recente mostra “Un’altra verità“.
L’amore viscerale è più che altro per il Grande Fiume tout court, lungo il quale ho pedalato mille volte, partendo da Rovigo, fin da adolescente e in anni recenti (ne parlo qui). E questo amore per il Grande Fiume, che trova un riscontro ancora in molte libri che ne seguono il corso, è forse ciò che mi fa amare anche Ferrara, che pure per molti versi non fa molto per essere amata, specie in questi anni.
Tanti pezzetti di me
In questo “Gli uomini pesce”, dunque, c’è qualcosa che mi è sembrato di vivere in prima persona. Tanti pezzetti di me.
Ero già stato fulminato dall’altra opera ferrarese di Wu Ming 1, “Quando qui sarà tornato il mare“ (che mi ispirò la storia a puntate “La frontiera sommersa“, passatempo della mia lunga clausura con il COVID, che non casualmente mi è tornata in mente nel finale di questo romanzo).
E in questo romanzo, alla promessa di una storia ambientata tra l’amato Delta e l’amata-odiata Ferrara, si è presto aggiunta la quantità di rimandi a opere che ho amato (ma non è un caso, vedi sopra), dagli scritti di Giorgio Bassani a “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò alla mattonata de “Il mulino del Po” di Bacchelli, per finire con quel “Viaggio nel Delta del Po” di Danilo Trombin, che appare di persona tra i tanti cameo de “Gli uomini pesce”.
Ci ho trovato, insomma, tanti pezzi di me stesso e anche, con un po’ di sconcerto, connessioni a pensieri e cose che ho scritto in questi anni, senza pubblicarle. Come se attorno a certe idee e visioni ci stessimo arrovellando in tanti.
Probabilmente il miglior motivo per cui leggerlo è in questa ricchezza a tratti vertiginosa di storie, volti, citazioni, luoghi, che sanno restituire l’anima dei luoghi, anche e soprattutto quelli desertificati dallo spopolamento. Tenendo insieme il passato e il presente, le lotte dei libri di Storia e quelle per il nostro futuro, a suggerire neanche tanto velatamente un filo, una continuità.
O semplicemente a farci comprendere quanto vitale sia stata la lotta partigiana e quanto attuale e necessario sia il suo desiderio di un mondo migliore.

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