La vera storia del vincitore del SuperEnalotto a Rovigo

In questi giorni Rovigo è sotto i riflettori in tutta Italia per una clamorosa vincita al SuperEnalotto: 85 milioni di euro con una schedina da soli tre euro.

Ma chi sarà il fortunatissimo e invidiato vincitore? Se lo chiedono ovviamente un po’ tutti, interrogativo per la verità piuttosto ozioso. Tanto vale immaginarselo. Ecco quindi…

La vera storia del vincitore del SuperEnalotto a Rovigo

Gianclaudio giocava al SuperEnalotto da anni. Aveva iniziato dopo la morte di Marisa, sua moglie, forse perché era stato quell’evento a fargli pensare per la prima volta a cosa avrebbe lasciato agli altri.

Giocava da anni piccole cifre, sempre bella stessa ricevitoria di viale Tre Martiri, a due passi da casa. Pensando che se avesse fatto i soldi, anche solo qualche decina di migliaia di euro, avrebbe lasciato qualcosa ai figli e soprattutto ai nipoti.

Per sé non avrebbe tenuto molto. La villetta in cui viveva dagli anni Sessanta era già una reggia. Non aveva interesse a cambiare l’arredamento, fermo agli anni Settanta. E di certo non si sarebbe comprato un bolide alla sua età, ottantacinque anni suonati.

Viaggi in giro per il mondo? E con chi li avrebbe fatti? I figli erano sempre impegnati, dal lunedì al venerdì, dalla mattina presto alla sera tardi. I nipoti lavoravano come somari fuori città. Il sabato sua figlia e quell’antipatico del marito caricavano i figli in macchina e partivano per la casa in montagna. Suo figlio, invece, con quell’antipatica della moglie, da mesi girovagava a vuoto per mobilifici per arredare la casa nuova. I nipoti scendevano per le feste.

Li vedeva, di fatto, di sfuggita una volta ogni morte di Papa. Figurarsi se poteva proporre una vacanza insieme.

Così, quel giorno, mentre si rigirava tra le mani incredulo la schedina vincitrice di ben 85 milioni di euro, non si chiese come avrebbe dovuto fare per riscuoterli, né quanto gli sarebbe partito in tasse. E non gli riuscì nemmeno di pensare a come li avrebbe spesi: era una cifra spropositata, non gli sarebbero bastate mille vite per dilapidarla. E la sua, di vita, era chiaramente al capolinea.

Quel giorno, una volta realizzato di avere effettivamente vinto 85 milioni al SuperEnalotto con un schedina da tre euro, la prima decisione che prese fu di convocare d’urgenza i figli con le rispettive mogli e i rispettivi mariti, i nipoti, suo fratello Alcide che viveva da tempo a Treviso con la seconda moglie e infine le sorelle di sua moglie Marisa, che non vedeva dal giorno del funerale, quando gli avevano detto prima “Coraggio, fatti forza” e poi avevano accennato a quei fondi intestati a Marisa, per sapere quando pensava sarebbero stati divisi tra gli eredi.

Dovette avere un tono decisamente convincente, perché tutta questa banda di parenti – con l’unica eccezione della moglie di Alcide – si ritrovò radunata nel salotto di casa, come non accadeva nemmeno sotto le feste. Forse pensavano che stesse per crepare.

Gianclaudio li accolse con sorrisi e tazze di tè caldo, li fece sedere tra divano, poltrone e sedie imbottite, dopodiché fece il discorso che si era preparato. “Avete letto di quel tizio che ha vinto il SuperEnalotto?”, attaccò. Gli astanti rimasero a fissarlo con aria bovina, con l’unica eccezione della Greta, la sorella maggiore di Marisa: lei, che tutto era tranne che stupida, non riuscì a trattenere un sorriso stupito.

Lui estrasse dalla tasca il logoro portafoglio di cuoio e dal portafoglio estrasse la ricevuta, che mostrò con cura a tutti. A quel punto, tutti i volti si allinearono su una gamma di espressioni, che andava dall’incredulità allo stupore gioioso. Qualcuno pensava già a quanto gli sarebbe toccato.

Gianclaudio sorrise e concluse la sua breve orazione: “Peccato che non mi veniate mai a trovare”.

E davanti ai loro occhi inorriditi ridusse la schedina in piccolissimi coriandoli.

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