Sul fiume che muore

In un’altra vita devo essere stato una creatura anfibia, perché sul Grande Fiume io mi sento a casa.

Già arrivato sull’argine mi sembra di sentirne il respiro, perfino quando è affannoso e malato come oggi, con i segni della siccità come ferite sul corpo di una creatura maestosa. 

Ogni volta che ho bisogno di sbrogliare matasse di pensieri particolarmente ingarbugliate, faccio quello che facevo a sedici anni per lo stesso motivo: salgo sulla bici e da Rovigo pedalo fino al Po. Esco dalla città, arrivo fino a Pontecchio e da lì seguo il lungo rettilineo fino a Guarda Veneta.

Costeggio il fiume finché mi va, cioé finché le gambe se la sentono di pedalare. Non sono un ciclista, ma un flaneur in bicicletta. Mi fermo qua e là a osservare con l’entusiasmo di un esploratore questa grande vena che scorre nel corpo della pianura padana, ad ascoltare il sussurro dei pioppi e ad allenare lo sguardo a spazi infiniti che la città non mi concede.

Sotto gli argini mi entusiasma la banalità quotidiana delle piazze vive e di quelle spente, delle persone all’ufficio postale e delle banche del pesce al mercato. Poi torno per stradine di campagna desolate, in cui non c’è apparentemente niente da vedere, a parte quella infinità di dettagli che ispirano meraviglia, dai capitelli ombrosi ai ciuffi di strigoli a bordo strada.

E’ un giro che faccio da solo. Da adolescente lo affrontavo con la musica nelle cuffie, oggi nemmeno con quello. Ci trovo un’altra cosa che la città ha messo al bando: il silenzio.

Torno a casa sudato, stanco e alleggerito, come se lungo la strada avessi perso dei pezzi che mi appesantivano.

E con la sensazione che questo inutile giretto in tondo di quaranta chilometri sia stato tempo meglio speso di tante ore dedicate a (cercare di) produrre qualcosa. 

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