Tre batterie. Due chitarre, di cui una trasformata in strumento sui generis dal geniale Robert Fripp. Un basso, più un violoncello, più uno stick. Un fiatista che passa dal flauto a vari tipi di sax. Svariate tastiere. Ma ribadiamolo: tre batterie.
Solo ai King Crimson riesce di prendere ingredienti sufficienti per generare il caos sonoro e produrre, invece, un sound possente, ma disciplinatissimo, come una performance di arti marziali. E’ ormai la cifra distintiva del gruppo guidato con ferma mano da Robert Fripp, sicuramente da quel “Thrak” (1995) in cui il suono della band era frutto del diletto di due batteristi e centinaia di sovraincisioni di chitarra. Fino ai visionari dischi degli anni Duemila, con una sola batteria, ma un suono roccioso, eppure sempre disciplinato.
Mi sono goduto i King Crimson, in questa ennesima reincarnazione, dal vivo all’Arena di Verona. Una vera goduria per la mente e per il cuore. A cinquant’anni dal loro esordio nel 1969, che diede vita a un genere, sono riusciti a mettere in piedi una performance che riesce ad essere celebrativa – in scaletta appaiono brani perfino dei primi dischi, mai suonati live da decenni – senza essere scontati e autoreferenziali. In altre parole, riescono ad essere fedeli alla propria storia, essendo comunque qualcosa di nuovo.
Tre batterie sul palco parlano da sole. I brani sono classici, le sonorità sono tutte nuove. Scompaginare le carte è la cifra stilistica dei King Crimson da mezzo secolo: dopo aver creato uno standard nei primi due dischi (che sarebbe stato d’ispirazione a una miriade di gruppi prog), l’hanno spazzato via per sperimentare cose completamente diverse per un altro paio di stralunati dischi, per poi ripartire da capo, con un sound ancora una volta diverso e peculiare, nella serie di pietre miliari tra il 1973 e il 1975 (da “Larks’ tongues in aspci” a “Red”), sciogliersi e ripartire nel 1980 con “Discipline” un sound completamente diverso, chiudere di nuovo nel 1983 dopo un trittico di album e riaprire la ditta con molta calma nel 1995 ancora con una pelle diversa (appunto “Thrak”). Mille reincarnazioni, sempre guidati e tiranneggiati da Fripp, sempre inventando qualcosa di completamente nuovo all’ascolto.
Qui sono in sette sul palco. A dare spettacolo sono i tre batteristi in prima fila (Gavin Harrison, Jeremy Stacey, anche alle tastiere, e Pat Mastelotto, con i King Crimson ormai dal 1995), mentre alle loro spalle sbuca un Fripp come sempre in ombra, qui ancora più mimetizzato, quasi uno tra i tanti, salvo quando emerge con uno di quei suoi suoni di chitarra che solo lui sa come gli vengono fuori. Alla voce Jakko Jakzsyk, che non fa rimpiangere Greg Lake e John Wetton nei brani storici. C’è ovviamente l’amatissimo bassista Tony Levin (stabilmente con la band dagli anni Ottanta) e torna lo storico fiatista Mel Collins, che suonò con la band da “In the wake of Poseidon” (1970) a “Red” (1975).
Vicino a me, lassù tra le scalinate dell’arena, c’è un tizio gasatissimo, che all’attacco del concerto già si sbraccia a mimare i colpi delle bacchette sui tom e sui rullanti, simula con la voce i riff ruggenti delle chitarre e soprattutto scola birre come non ci fosse un domani: a metà concerto ne ho contate cinque o sei. Arriverà verosimilmente alla decina a fine serata, intorno a mezzanotte. Naif, tutto quello che volete, ma mille volte meglio di quelli che passano il concerto a filmare con il cellulare. Tanto qui fare le foto (e fumare), come sempre ai concerti dei King Crimson, è verboten.
Le foto sono tratte dal blog di Tony Levin (qui)

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