Chi mi conosce da tempo, conosce bene anche una delle mie forme di auto-emarginazione dalla buona società: i miei gusti musicali.
A 15-16 anni – quando i tuoi gusti musicali ti danno anche accesso a determinate cerchie sociali – io già adoravo i Genesis, che sarebbero rimasti probabilmente il mio gruppo preferito fino ad oggi. E’ un problema non da poco, in un’epoca in cui ci si emoziona per l’ultima hit, vivere in tutt’altro mondo. Un mondo in cui, tra l’altro, il valore non era nella canzone presa a sé, ma in dischi che erano praticamente pensati come un unicum dalla prima all’ultima nota.
Fortunatamente, non sono arrivato ai livelli maniacali del fan irriducibile, ma posso comunque vantarmi di conoscere a menadito la discografia e di aver letto con grande sollazzo un po’ di libri sulla rock band inglese. Che è molto di più dell’attenzione che le persone normali dedicano ad un musicista che apprezzano.
Il punto è che – quando ho iniziato ad adorare i Genesis – la band storica di Peter Gabriel era morta e sepolta da vent’anni, mentre quella dei superstiti Banks, Collins & Rutherford era di fatto in via di scioglimento (ci avrebbero riprovato i soli Banks & Rutherford qualche anno dopo, a riavviarla con il controverso album “Calling all stations”, che infatti è la pietra tombale della band”, riunitasi con Collins per un ultimo tour-epitaffio nel 2007).
Premesso che altre band del mio cuore – come i King Crimson o alcuni gruppi della scuola di Canterbury – sono state per certi versi molto più intriganti e sperimentali, i Genesis restano nel mio cuore per un azzeccatissimo mix: la capacità di pescare dalla musica classica senza, però, suonare musica classica spolverata di rock, unita ad abbondante senso dell’umorismo (erano fan dei Monty Python e si sente). Insomma, la capacità di essere altissimi, ma allo stesso tempo leggerissimi ed ironici, che è la mia ricetta per il gruppo musicale ideale (infatti tra i miei preferiti metto sicuramente band come Hatfield and the North o i successivi National Health, musicisti iper tecnici, ma con grande senso dell’ironia).
Dopo quei comodi venti e rotti anni sono andato a vedere un concerto di un reduce dei Genesis storici, il chitarrista Steve Hackett, l’unico a portare ancora in giro il repertorio classico, rivisitandolo il giusto, con una band quasi impeccabile. Può sembrare una strada facile, quella di portare in giro un repertorio già testato da tempo e che dà l’assoluta certezza di entusiasmare i fan di vecchia data. Eppure a me sembra un’impresa titanica, soprattutto da parte della band, quella di confrontarsi con brani che sono praticamente dei classici del rock, senza esserne schiacchiati. Lo è anche per Hackett affrontare questi pezzi senza sembrare semplicemente un dinosauro rincoglionito che esegue la stessa parte da più di quarant’anni.
Bene, il bello del tutto è che, effettivamente, quella che è andata sul palco è stata una splendida band, che ha eseguito le parti scritte da altri con un discreto equilibrio (e probabilmente non potendo fare meglio di così): rispettando gli originali, senza stravolgerli, ma suonandoli come se fossero propri. Un tastierista (Roger King) che è soprattutto un finissimo arrangiatore, ottimo solista, ma soprattutto ottimo cesellatore del suono complessivo delle canzoni, indispensabile per dare luce alla chitarra di Hackett; un batterista potentissimo (l’esagerato ed elegante Gary O’ Toole) e un eccellente bassista/chitarrista (Jonas Reingold); infine un polistrumentista come Rob Townsend, a cucire il tutto con fiati, tastiere, percussioni, pedali bassi, cori e tutto ciò che serve a completare il lavoro. Forse il più sacrificato è il cantante, Nad Sylvan, che più di tutti probabilmente sconta la difficoltà di interpretare il ruolo troppo istrionico e teatrale che fu di Peter Gabriel (e infatti le sue bizzarrie, oggi, fuori da quel contesto, sembrano semplicemente strambe). Una band che potrebbe suonare a sé e che imprime al repertorio la sensazione di un gruppo di amici che si stanno divertendo come dei pazzi. Che suonano assieme, che non è affatto cosa scontata per molte band.
Soprattutto, Hackett riesce a sventare il fortissimo rischio di farti tornare dal concerto pieno di malinconia e rimpianto per un tempo glorioso che fu, ma felice di constatare che questa band è qui ed ora e ha suonato qui ed ora.
Indubbiamente non è un concerto di quelli in cui si balla e non si battono le mani fino allo spellamento (cosa piuttosto difficile da fare, senza impazzire per i tempi dispari e i continui cambi di tempo), ma è un concerto ritemprante per la mente e per l’animo. Soprattutto, un concerto genuino, di quelli in cui i musicisti sbagliano e tirano dritto, regalandoti la gioia e il brivido di un funambolo che perde l’equilibrio, sembra cadere e invece ritorna sul filo sospeso.

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