Letture: “Lo spettacolo del dolore” di Luc Boltanski

Quest’anno sono vent’anni che mi sono laureato.

La mia tesi, di cui ho parlato anche in questo blog – “L’indignazione e il potere delle immagini”, con relatrice la professoressa Gabriella Turnaturi – indagava su come l’uso dell’immagine potesse contribuire a stimolare indignazione e quindi azione collettiva.

Tra i libri letti per quello studio, scelgo “Lo spettacolo del dolore” di Luc Boltanski, che indaga proprio sulle relazioni tra media e passioni civili. Ma potrei affiancare “Davanti al dolore degli altri” di Susan Sontag, analoga riflessione sull’empatia e sulle narrazioni capaci di rafforzarla.

Vent’anni dopo la distanza si sente tutta, non solo perché la mia tesi è stata scritta in un’epoca in cui lo smartphone si chiamava cellulare e si usava più che altro per telefonare, in internet si navigava seduti davanti ad un computer, e i termini “like” e “follower” non avrebbero detto niente a nessuno.

Si sente tutta perché c’era in quella tesi l’illusione che le immagini potessero ancora contare qualcosa per stimolare la coscienza civile. Non immaginavo certo che nei due decenni a venire le immagini sarebbero diventate sempre più un sedativo della coscienza civile, uno strumento spettacolare per il rincoglionimento di massa.

Certo, c’era già la televisione commerciale ad operare questa operazione di anestesia collettiva. C’erano già i segnali in libri come “Divertirsi da morire” di Neil Postman o “Contro la comunicazione” di Mario Perniola.

Ma non immaginavo il diluvio di meme e reel e di commenti trogloditi sulle pagine social dei giornali da parte di orde di semianalfabeti. Anche se in fondo avrei potuto, la traiettoria si poteva scorgere.

Forse avrei potuto immaginare anche che ad un certo punto le immagini avrebbero potuto perdere il loro valore di stimolo delle coscienze. Perché vere, travolgenti, ma troppe, un bombardamento insostenibile per il cervello e per l’anima.

Certo non penso avrei potuto immaginare ciò che vedo accadere ultimamente – l’assassinio di  Renee Nicole Good a Minneapolis da parte di squadracce dell’ICE è solo il capitolo più eclatante – cioè che le immagini potessero perdere completamente il loro valore di testimonianza. Che sarebbero rimaste solo le opinioni, le ideologie, contro ogni prova di realtà.

Ma in fondo niente che non si sia già visto nei momenti più bui della storia: praticamente in ogni guerra le stesse foto sono state manipolate da una parte o dall’altra per denunciare i crimini dell’avversario. E ogni 10 febbraio c’è qualche beota che pubblica la foto di fucilatori fascisti in Jugoslavia, millantando (pure convinto) che fossero titini intenti a infoibare civili italiani.

Oggi semplicemente un’immagine vale l’altra. Ognuno sceglie quella che gli comoda per suffragare la sua tesi. Anzi, può addirittura scegliere di ignorarla, di mistificarla, anche se apparentemente chiarissima, pur di continuare a vivere nella propria tesi.

Così una donna disarmata, assassinata a sangue freddo da un paramilitare fanatico, diventa una pericolosa terrorista solo perché qualcuno decide che è così.

Non ricordo bene quanto a fondo andasse la tesi sul tema della coscienza civile. Di sicuro non si illudeva che bastasse un’immagine a scuoterla. Perché questo accada bisogna che ci sia, una coscienza civile. Se oggi guardare un’immagine non smuove la nostra coscienza non è per la povertà dell’immagine, ma per la miseria della nostra coscienza.

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