Ho scritto questo racconto per il vecchio blog di REM nel 2020, per un’iniziativa chiamata “Strani giorni. Pensieri sparsi di vite sospese”, in cui gli autori di REM condividevano pensieri, racconti e riflessioni su quelle settimane in lockdown.
Ne avevo accennato in questo post, ma effettivamente non lo avevo mai pubblicato in questo sito. Mi fa piacere riproporlo a distanza di anni in una versione riveduta in molti passaggi: ci trovo una riflessione che sento attuale. O forse quegli “strani giorni” hanno lasciato un segno indelebile nel mio sguardo sul mondo.
E’ in quegli “strani giorni” che ho pensato e poi scritto “I giorni delle cicale” (uscito poi nel 2021) e il clima dolce / amaro di questo racconto in qualche modo anticipa molto del clima di quella storia.
Un racconto di fantascienza
Stasera, affacciandomi alla finestra, l’aria della città mi è sembrata per la prima volta fresca e profumata.
Mi ha colto lo stesso stupore stamattina, quando ho portato mia figlia a guardare il panorama dal tetto del condominio, al settimo piano: ci ha sorvolati un falchetto, che volava a pochi metri sopra le nostre teste sulla piazza principale della città. Si librava quasi immobile come un aquilone, lui lì a cullarsi nel vento, noi quaggiù pesanti a cercare la stessa libertà con lo sguardo.
Sono probabilmente suggestioni, dettagli che diventano macroscopici in una città improvvisamente svuotata di ogni figura in movimento, del rumore sovrastante delle automobili nei viali e della musica perenne all’esterno dei bar, dell’odore dei gas di scarico e del kebabbaro dietro l’angolo.
Uscendo di casa, la prima cosa che noto in questi primi giorni è il silenzio, che poi silenzio non è: è un altro panorama sonoro, saturo dei cinguettii di mille uccelli, soprattutto all’alba e ancora più verso sera, quando gli squittii dei merli annunciano l’avvicinarsi del crepuscolo.
In questa routine nuova e strana – non drammatica, perché i drammi bisogna riconoscere che sono qualcosa di molto più serio dei nostri disagi quotidiani – finisco davvero per individuare con più chiarezza ciò che è essenziale, che spesso è ciò che più ci manca, tra le cose di cui ci siamo privati.
Capita che mia figlia Emma compia sette anni in questi giorni di quarantena di massa. Lei, come tanti altri bambini, quest’anno ha visto la sua festa di compleanno passare dalla prospettiva del consueto manicomio con decine di bambini, una torta grande come una portaerei e una piccola folla di genitori alienati, ad un piano leggermente ridimensionato – una festa con pochi amici, i più intimi – fino al drastico epilogo: si fa festa in casa, con mamma e papà e nessun altro.
Cos’è essenziale in una festa di compleanno? Di certo non la torta: ce la siamo fatta in casa noi tre, andando a comprare gli ingredienti dal panettiere. E’ venuto fuori un plum cake pieno di gocce di cioccolato, l’unico dolce che eravamo capaci di fare. Per renderlo più festoso l’abbiamo ricoperto di panna montata e Smarties: l’esito, pur indiscutibilmente pacchiano, è stato recensito con il massimo dei votidalla figlia.
Abbiamo ramazzato in un armadio palloncini e festoni avanzati da vecchie feste e allestito un angolo di salotto, riempiendolo di colore. Niente di esagerato, eppure anche questo allestimento minimalista è piaciuto alla festeggiata, a cui in fondo bastano un paio di palloncini per sentire che è festa.
I regali in parte erano arrivati prima della quarantena, in parte sono rimasti a casa degli amici e parenti. Poco importa: ci godiamo quelli che abbiamo già, tanto dobbiamo ancora finire di giocare con diversi trabiccoli arrivati l’anno scorso, tanto per dire quanta roba hanno in casa i nostri figli.
Alla fine la cosa veramente essenziale è quella che probabilmente manca un po’ a tutti noi in questo periodo di isolamento: le persone a cui vogliamo bene.
Con gli amici più cari ci siamo sentiti per telefono. Per i nonni e gli zii, sparsi in varie abitazioni, abbiamo pensato di improvvisare un collegamento via Whatsapp ad un orario concordato.
E’ andato in scena il primo compleanno di famiglia in diretta streaming. E pazienza se quando è stata ora di cantare “Tanti auguri” non eravamo esattamente sincronizzati. Perché questo piccolo momento in famiglia è stato in fondo la cosa più bella e felice di questo strambo compleanno. A me è sembrato quasi toccante e la cosa mi ha sorpreso quanto il falchetto svolazzante sulla mia testa poche ore prima.
Essenziale come l’aria pulita e poter sentire i canti degli uccelli.
Se qualche tempo fa mi avessero detto che ci avrebbero tutti chiusi in casa per debellare un virus pestilenziale, mi sarebbe sembrata una storia surreale. Figurarsi, fatico a rendermene conto oggi.
Ma, certo, se avessero raccontato a me, che sono risaputamente un orso, che non avere i miei parenti qui tutti insieme, mio padre e mia madre e mia sorella e miei suoceri e miei zii, tutti qui in mezzo ai maroni, mi sarebbe dispiaciuto così ferocemente, probabilmente mi sarebbe sembrato, questo sì, un racconto di fantascienza.
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