Li chiamavano “bonellidi”. Erano serie a fumetti create nello stile di quelle di Sergio Bonelli Editore, punto di riferimento del fumetto adulto e avventuroso.
“Hammer” nasce in un’epoca in cui Nathan Never era l’unica serie di fantascienza italiana, con un successo clamoroso. C’era spazio per altri filoni narrativi, capaci di sperimentare idee nuove, anche audaci?
A raccogliere la sfida di proporre un’altra collana fantascientifica è un gruppo di autori – il Gruppo Hammer, appunto – oggi notissimi anche in casa Bonelli. Alcuni di loro passeranno poi proprio a Nathan Never, di cui diventeranno autori di punta: è il caso di Giancarlo Olivares e Gigi Simeoni, che si distingueranno anche in altre serie (Dylan Dog, Orfani). È il caso di Majo, poi approdato a Dampyr. Ma anche di Stefano Vietti, che poi in casa Bonelli porterà anche nuove idee di gran successo, come il fantasy Dragonero.
La loro “Hammer” è uscita a metà del 1995 per Star Comics, per concludersi appena un anno dopo. Doveva essere una mini serie, poi una serie lunga, poi verrà tagliata sul più bello. Una storia editoriale travagliata, che si riflette nell’andamento degli episodi: davvero superbi i primi, un po’ meno gli ultimi. In particolare i primi quattro numeri sfiorano in modo diverso le massime vette artistiche: il primo con una storia cyberpunk con una sorpresa finale che quasi anticipa “Matrix”, il secondo con un inseguimento spaziale frenetico e spettacolare, che si conclude in farsa e scazzottate, il terzo con una storia più cupa e violenta ambientata in un covo di pirati, il quarto con una vicenda dai risvolti ambientalisti, visionaria e sognante. In questi numeri “Hammer” mostra di poter competere alla pari con le produzioni Bonelli, quanto a qualità della narrazione e del disegno (anche con più libertà creativa).
Per capirci, esce nello stesso anno in cui Nathan Never lasciava tutti a bocca aperta con la storia “Doppio futuro”, primo capitolo della saga dei tecnodroidi, illustrato da un Roberto De Angelis in stato di grazia. Si compete, insomma, con autentici colossi.
Di cosa parla “Hammer”? Al centro delle vicende un improbabile trio di antieroi in fuga dalla legge e sempre in cerca di soldi, ovviamente sfigatissimi e sempre pronti a finire nei guai: una hacker incastrata dall’amante, un pilota belloccio e cazzaro e un delinquente senza scrupoli. Hammer è la loro astronave, con cui fuggono dal carcere e dalle astronavi da guerra, per poi attraversare lo spazio, approdando in pianeti tra i più strambi (e pericolosi). Le frizioni tra di loro diventano subito il motore di molte vicende, oltre che un irresistibile elemento comico. Il tono, infatti, è epico, ricco di azione, ma anche di umorismo.
Peccato per la storia editoriale travagliata, per gli ultimi numeri un po’ confusi e per il finale imposto dagli eventi. “Hammer” aveva un potenziale evidente nei primi bellissimi numeri e una fucina di talenti che sono poi sbocciati altrove.
Non per caso una decina di anni fa è stata ristampata in una bella edizione da Mondadori Comics. Vale davvero la pena riscoprirla.
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