Si apriva così, “I giorni delle cicale”, con questa affermazione: Quando un uomo sta annegando e chiede aiuto, va salvato. Punto.
Un’affermazione che vorrei dire apodittica, se non fosse che da tempo anche questo elementare principio di civiltà l’Europa per prima l’ha gettato nella monnezza. Le centinaia di morti nel Mediterraneo sono gli effetti lampanti di politiche non solo italiane, ma europee: si lascia che la gente anneghi, lo si fa consciamente e volontariamente, perché queste vite non valgono niente.
Ne “I giorni delle cicale” questa frase apriva il romanzo. Non si riferiva in verità al Mediterraneo, ma ad un evento tutto interno al romanzo. Ma non l’ho messa lì per caso. Perché chi ha letto il romanzo sa bene di cosa parla. E “I giorni delle cicale” parla, tra le molte cose, anche delle vite di esseri umani provenienti da altri paesi e di come queste storie dalle radici così lontane possono finire per entrare in risonanza con le nostre.
Una mostra di Mediterranea alla Pescheria Nuova
Il romanzo è uscito cinque anni fa, finora avevo parlato più dei suoi personaggi o dei risvolti “naturalistici” della vicenda, salvo una bella incursione a “Voci per la Libertà”, festival dedicato ai diritti umani. Sono dunque molto contento in questo quinto compleanno di essere stato invitato a moderare un evento che parla dell’imperativo di salvare vite umane. “Mediterraneo – Mediterranea”, iniziativa promossa da un gruppo di rodigini affiliati a Mediterranea, si presenta proprio con queste parole: in linea con il principio che recita «Prima si salva, poi si discute».
Dal 21 febbraio al 1° marzo 2026 nella bella sala della Pescheria Nuova di Rovigo, in corso del Popolo, 140, cinque artisti daranno vita ad una grande opera collettiva: “Non una semplice esposizione artistica – scrivono – ma un atto politico e pubblico in un tempo segnato dalla criminalizzazione della solidarietà, dalla normalizzazione dei respingimenti e dalla sistematica produzione di morte lungo le rotte migratorie del Mediterraneo e di terra”.
Gli artisti sono Giorgia Cangiano, Diego Forno, Gigi Gioli, Rosanna Lazzari e Andrea Spinardi. Al centro della Pescheria porranno una grande installazione, composta da una vela su cui saranno proiettati video di un’imbarcazione-arca, arricchita da video e immagini delle attività di salvataggio in mare di Mediterranea. Ai lati, le opere di ciascuno degli artisti avranno uno spazio dedicato.
Il dovere di salvare vite umane su tutto
Oltre all’esposizione artistica, sono previsti due incontri: il 21 febbraio alle 18.00 una conversazione tra la giornalista Giorgia Brandolese e i fondatori di Mediterranea, Luca Casarini e Beppe Caccia, con letture di Monica Checchinato.
E io? Eccomi qua: sabato 28 febbraio, sempre alle 18.00 modero una conversazione con Duccio Facchini, direttore di Altreconomia. Per superare lo stordimento delle cronache quotidiane, con lui andremo a riavvolgere il nastro, fissare paletti, capire le morti in mare e le violenze nei centri di detenzione libici siano il frutto di molti anni di politiche economiche e industriali, una vera e propria guerra ai migranti e a chi li soccorre. Come le guerre, anche la militarizzazione dei confini risponde a logiche che molto hanno a che fare con l’industria bellica e gli interessi economici, più che con le ideologie.
Difendere il diritto – anzi, il dovere – di salvare vite umane è un principio elementare di civiltà. Non ha niente a che fare con la politica dei partiti, con le ideologie, con gli interessi. Dovrebbe semplicemente essere un punto fermo. Lasciare affogare in mare uomini, donne, bambini dovrebbe essere semplicemente inaccettabile. Salvarli dovrebbe avere la priorità. Se persino questo principio soccombe alle logiche economiche, al tornaconto politico o al semplice egoismo degli individui, resta davvero poco da difendere della civiltà europea e della nostra comune umanità.
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