Fare il volontario in Emergency significava anche fare qualche sacrificio. Qui la cronaca di uno di questi, un’intera giornata, al termine della quale il bilancio della raccolta fondi ha pure il segno zero davanti…
Salone dell’orientamento
Rovigo, Cen. Ser., 7 Novembre 2004
Mentre alcuni fortunati si godevano l’ultimo rigurgito di bella stagione di un novembre anomalo, passeggiando per i boulevard della città o in chissà quali amene località del belpaese, il sottoscritto ha l’intelligente pensata di dedicare la propria domenica pomeriggio al banchetto allestito al Salone dell’orientamento.
Un’esperienza simile va annotata. Chi si è lamentato in passato degli scarsi introiti di alcuni banchetti (io per primo), rammenti che c’è di peggio: al Salone dell’orientamento, infatti, non solo non scuciono una lira, ma ti fregano pure la roba. Che felicità. Ma andiamo con ordine, senza essere drastici.
Al mio arrivo al Cen. Ser., stavo abbandonando uno splendido pomeriggio di sole, sbucato dopo un sabato piovoso, per ammuffire tra quattro, asettiche mura illuminate da fredde luci artificiali. Non bastasse ciò, la prospettiva era di trascorrere quattro ore solo come un cane in una struttura che offre scarse attrattive, a meno di non essere dei fan del caffé servito nei bicchieri di plastica.
Fortunatamente, mi sono portato da leggere.
Al mio arrivo, cinque minuti prima dell’apertura, non c’è praticamente nessuno. Sistemo la roba sul banchetto, soddisfatto di non dover gestire la solita bancarella di magliette. Passo il tempo leggendomi tutti i poster appesi alle pareti, tanto per farmi una cultura, poi inizio il mio libro.
Si ferma una signora – un’insegnante, credo – che mi compra Buskashì, edizione “di lusso” (€ 12,50) perchè mi ero dimenticato di esporre quella economica. Con la suddetta signora mi intrattengo in una chiacchierata fiume che non vi riassumo in un gesto di pietà per la vostra capacità di sopportazione. Dopo che la signora ha approfittato di un mio momento di distrazione per sfuggire alla mia logorrea, ritorno alla lettura.
Frattanto, arriva una signora del banchetto dell’Unicef a fianco del nostro. Passa
mio papà a salutarmi e mi tiene d’occhio il banchetto finché mi fermo al bar per un caffé
(rigorosamente nel bicchiere di plastica). Passa qualcuno che addirittura compra qualche
gadget o chiede informazioni. Si fermano i soliti ragazzini che chiedono se possono
prendere la spilla o la penna (il leitmotiv di queste giornate, suppongo), i quali fuggono non appena nomino la possibilità di fare un’offerta. Darei loro un depliant, ma non mi sembrano molto interessati. Che vergogna, questi giovani di oggi: senza ideali, senza religione e senza schei.
A metà pomeriggio, chiedo alla signora dell’Unicef di darmi un’occhiata al banchetto, mentre vado via un attimo per un bisogno fisiologico (ok, lo ammetto, mi sono
anche fumato una sigaretta). Al mio ritorno la signora mi fa sapere che sono passate delle ragazzine e che si sono prese due spille.
Chiaramente, non potevo pretendere che la signora le prendesse a bastonate e le costringesse a restituire il maltolto, come avrei fatto io. Alla fine, comunque, le spille le rimborso di tasca mia, affinché il mio tabagismo non abbia conseguenze sul bilancio di Emergency.
Per passarmela via, intrattengo con la signora una conversazione che si fa via via sempre più imbarazzante. Il massimo dell’auto-contegno lo raggiungo quando la signora – saltando di palo in frasca – mi descrive le ammirevoli opere di irrigazione israeliane nel deserto del Negev, in modo tale da evitare gli sprechi d’acqua. Mi trattengo a stento dall’elogiare le magnifiche foreste che gli israeliani hanno piantato sui villaggi palestinesi da loro demoliti dopo aver cacciato e/o massacrato gli abitanti, e mi limito ad auspicare che, oltre a piantare frutteti nel deserto, i locali residenti (autoctoni o abusivi) la smettano anche di scannarsi tra di loro.
Si finisce, invece, per parlare di guerra e terrorismo, del fatto che, tanto per cambiare, tra due stronzi che sparano ci finiamo di mezzo sempre noi, si parla della Palestina, di Beslan, dell’Iraq… E su questo perlomeno finiamo per essere d’accordo, anche in virtù della mia tendenza ad essere ragionevole e aperto a compromessi intellettuali…
Dalle quattro e mezza in poi, non si fa vivo praticamente nessuno, a parte i soliti
che vorrebbero i gadget a sbafo e i mancati taccheggiatori. Tra l’altro, la tizia dell’Unicef
regala ai bambini spillette e bandierine, mentre io faccio la figura del taccagno perchè
tengo d’occhio minacciosamente tutti i miei articoli.
A metà pomeriggio, irrompe il karaoke in uno stand vicino, animato da un ceffo che ulula Ligabue e compagnia, accompagnandosi con le solite basi MIDI e regalandoci strepitosi assoli di finto sax e finta chitarra. Al tragico cantante si affianca una tizia che canta meglio ma strepita troppo, cosicché alla terza canzone ho un esaurimento nervoso.
Allietato dalla musica, perdo la cognizione del tempo. Arrivano presto le sei e mezza. Fortunatamente, un’amica accorsa in mio aiuto mi fa da facchino per trasportare gli scatoloni alla macchina, così alle sette ho già sbaraccato il banchetto. Fuori, nel frattempo, la splendida giornata che avevo lasciato per entrare al Cen.Ser. ha ceduto il posto a un vento gelido. Mentre me ne stavo a vegetare tra quattro pareti, è arrivato l’inverno. Che gioia.
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