Ho inserito da qualche tempo nel menù del blog una nuova sezione dedicata alle autoproduzioni (che trovate qui). Qui, se vi va, dico due cose sul tema dell’autopubblicazione (ed è un punto di vista), prima di raccontare i due o tre casi in cui mi sono autoprodotto delle opere.
Vale la pena auto-prodursi i libri?
Risposta breve e tranchant: tendenzialmente no. Risposta un po’ meno tranchant: personalmente non ci credo molto.
Ho avuto la fortuna di pubblicare entrambi i miei romanzi con Apogeo editore. Tra l’altro, un editore a km zero, con cui il rapporto è stato più personale, che professionale, che dal 2020 si è evoluto in un’associazione culturale.
Anche se può sembrare strano, uno dei vantaggi di avere avuto un editore e un editor, che leggevano i miei manoscritti è stata la possibilità di ricevere anche giudizi negativi. Tra “Le mille verità” (2017) e “I giorni delle cicale” (2021), ci sono stati altri due manoscritti: il primo, “Una crepa nel cemento”, era un gran casino dalla trama fragile e forzata; il secondo “Brigate Antimovida”, una storiella divertente, ma con diverse pecche.
Di entrambi ho ricevuto critiche molto puntuali, che mi sono servite per migliorare il mio modo di scrivere. Come fossero stati esercizi in palestra o al pianoforte, mi erano comunque serviti per imparare. E il giudizio dell’editor era indispensabile per capire cosa sbagliavo.
Durante il tour delle “Cicale” ho annunciato un paio di volte una storia che stavo scrivendo, scherzosamente descritta come una storia di pirati. Quella storia l’ho effettivamente scritta, ma è rimasta nel cassetto per ragioni simili: meglio chiedere un parere, prima di lanciarsi in corse solitarie. E se il parere è un plauso tiepido – o magari un imbarazzato silenzio – non sarà tendenzialmente la stessa reazione di eventuali futuri lettori?
Insomma, il risvolto più pratico di sottoporre il manoscritto ad un editore (o semplicemente ad amici e persone care) è evitarsi subito il mal di pancia di un romanzo che non verrà letto o che verrà stroncato da chi lo leggerà.
Non demonizzo totalmente l’autoproduzione, ma sicuramente consiglio di far leggere a cinque o sei persone fidate (e sincere) qualunque opera, prima di impantanarsi in una palude di insoddisfazioni per un libro che fa flop. Senza contare l’altro tema…
Credere in un’opera significa investirci
Se un editore crede in un’opera, solitamente si accolla il rischio di impresa. In parole povere, l’editore paga di tasca sua i costi di progettazione, stampa, distribuzione e promozione del libro, confidando di rientrare nell’investimento grazie alle vendite.
Auto-pubblicare il proprio romanzo, in genere, significa accollarsi delle spese: se non quelle di stampa (che si possono evitare grazie alla formula del print on demand), sicuramente quelle di promozione dell’opera: pubblicizzarlo, organizzare qualche presentazione, andare in giro a presentarlo. Su questo fa i salti mortali la maggior parte degli editori, che sono spesso piccole realtà, figuriamoci volerlo fare da soli. Stiamo tranquilli, che nessun libro si venderà senza un minimo di promozione. E su questo ho una storiella che più sotto racconto.
Autoprodursi un libro senza avere fatto almeno un foglio Excel con due conti fatti a spanne, significa scegliere di buttare via dei soldi. Beato chi può permetterselo con serenità. E beato chi può permettersi anche il dispendio di energie che comporta avere un libro stampato e non avere canali di distribuzione.
Storiella #1: Brigate Antimovida
Qualche anno fa, acquistando il memoriale dell’amico Carlo Pipinato, ho scoperto la piattaforma ilmiolibro.it, su cui è possibile pubblicare le proprie opere con la formula del print on demand.
L’ho usata anche io, confesso, per un paio di boutade. Una è questa, uno stupido esperimento per verificare una tesi: che sarei riuscito a non vendere neppure una copia di un mio libro. Come? Semplicemente non facendo tutto ciò che occorre per venderlo e che spesso si dà per scontato.
“Brigate Antimovida” è stato nello shop on line di ilmiolibro.it per un intero anno, senza che nessuno se ne accorgesse. Al termine dell’anno, è sparito dallo shop allo stesso modo. Nei 12 mesi di permanenza on line, nessuno si è accorto della sua presenza, perché nessuno ha fatto un minimo di promozione.
Quanti autori possono vantare un simile record? (Risposta tragica e verosimile: probabilmente parecchi).
Non basta, insomma, buttare un libro su una piattaforma e sperare che qualcuno lo noti, in un oceano di contenuti in cui siamo appena una goccia. Promuovere un libro significa investire fatica, competenza, energie e tendenzialmente andare fisicamente in giro.
Storiella #2: Il gruppo che non c’era
Nel caso della biografia degli Arachide Jumbo, l’autoproduzione è nata dall’esigenza di fare un regalo alla band, dopo lo scioglimento. Questo è un caso in cui il ricorso alla piattaforma ha perfettamente senso: il libro non avrebbe mai avuto un valore commerciale e mai mi sarebbe venuto in mente di chiedere ad Apogeo di rischiare un capitale per pubblicare l’autobiografia di una band semisconosciuta.
Anche se il libro è comunque molto divertente, ma per saperlo… bisognerebbe acquistarlo un po’ alla cieca.
La prima tiratura è stata di 4 copie, solo per noi 4 superstiti della band. Doveva fermarsi lì, ma dopo la morte di Gianni mi è venuta voglia di rendere disponibile una ristampa, contenente gli ultimi aggiornamenti. Questa effettivamente si trova in vendita nello store, anche se non se la fila quasi nessuno.
Un dettaglio: la prima edizione del libro era una vera schifezza: c’erano refusi, la copertina era sballata e c’era un vistoso errore nell’impaginazione. E’ quello che succede quando ad un libro lavora una persona senza nessuna esperienza (io). Nella ristampa la situazione è molto migliorata, perché si impara anche sbagliando. Un editore, però, qualche garanzia di qualità in genere la offre anche su questo (a parte qualche cane che si vede in giro, di cui non farò nomi). Se non altro perché un editore, avendo progettato dozzine di libri, avrà avuto molte più occasioni di te di sbagliare (e dunque di imparare).
Storiella #3: Scarafaggi
Forse “Scarafaggi” è stata l’unica vera autoproduzione, in tempi in cui in effetti andava anche di moda. Io e Svarion l’abbiamo progettato da zero, impaginato e stampato in una tiratura di 200 copie. Per finanziarlo, abbiamo fatto una campagna di crowdfunding (di cui racconto gli esiti qui).
Dopodiché ci siamo riempiti le case di scatoloni, lo abbiamo distribuito copia per copia ai contributori della campagna, lo abbiamo promosso con uno scalcinato book tour e abbiamo perfino messo in piedi un tentativo (non proprio di successo) di “conto vendita” in libreria.
Da tutta questa fatica abbiamo ricavato: tanto divertimento e i conti sostanzialmente in pareggio grazie alla campagna di crowdfunding.
Certo, se uno volesse valutare il valore economico della fatica, degli scatoloni in casa, delle telefonate e delle e-mail e della benzina consumata per andare in giro a promuoverlo… beh, si sarà notato che non c’è mai stato uno “Scarafaggi 2”, né il libro su Bartolomeo Barbelli che avevo già iniziato a progettare. Semplicemente è bastato compilare il file Excel di cui sopra, per arrivare alla conclusione che ci sono modi meno faticosi di sprecare i miei guadagni.
Autoproduzione sì o no?
La morale della favola è che autoprodursi la propria opera può avere un senso soprattutto se ci si vuole divertire. Oppure se si vogliono fare piccoli test per vedere se il proprio libro piace ad un pubblico molto ristretto.
Se si punta a guadagnare, invece, occorre investire un po’ di soldi, tempo ed energie per fare da sé anche tutto il lavoro di promozione e distribuzione del libro. È tutto più facile se hai molti contatti, molte relazioni, molte possibilità di portare in giro il tuo libro a delle presentazioni: in questo caso, sì, con una autoproduzione si può guadagnare qualcosa (forse pure qualcosa di più di quello che può offrire un editore).
Serve, insomma, ciò che serve per combinare qualcosa in qualsiasi ambito: un piano d’azione. Possibilmente non “tutto chiaro nella tua testa”, ma scritto nero su bianco.
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