La cronaca che segue è un passaggio cruciale della mia formazione personale e non solo. Incontro studenti a scuola da vent’anni – per lavoro o per attivismo – ma è bello ricordare che la spigliatezza di oggi affonda le radici in questi primi impacciatossimi banchi di prova, che affrontavo pieno di paure e complessi.
È bello ritrovare in questa cronaca anche l’ l’indimenticabile Luciano Bombarda, con la sua travolgente verve e simpatica sregolatezza.
All’assemblea di istituto
Liceo “C. Bocchi”, Adria, 17 Marzo 2004
Ogni eroe che si rispetti ha la sua spalla, di solito comica. Laddove l’eroe è alto, bello e dalla parlantina vivace – qualità che si addicono a Luciano Bombarda – la spalla è solitamente un piccoletto lagnoso con la goccia al naso: eccomi.
Fiero della mia posizione di insostituibile compagno d’avventura del fulgido Luciano, partecipo anche questa volta, dopo le gratificanti esperienze passate all’IPSIA di Rovigo e ad una serata a Polesella, ad un intervento pubblico di notevole prestigio.
Una rappresentante del Liceo “C. Bocchi” ci ha invitati a presenziare ad un’assemblea/festa d’istituto per parlare di Emergency a una torma di ragazzi che, pur di saltare un giorno di scuola (è primavera, diamogli torto…) sarebbero disposti a pipparsi una conferenza su Theodor Adorno. Commossi da tanto interesse nei nostri confronti, i quadri di Emergency decidono di spedire in missione Luciano Bombarda, rinomato conferenziere e adatto a confrontarsi con le pulsioni e gli interessi del mondo giovanile, e il sottoscritto in veste di braccio destro che non sa fare un discorso di senso compiuto ma in compenso ha un look giovane e maledetto. D’altra parte, fare parte di Emergency fa molto figo, ammettiamolo.
Ci troviamo al mattino presto e partiamo assieme da Rovigo, carichi d’entusiasmo,
verso Adria. Arriviamo quasi puntuali al centro commerciale “Il Porto”, al cui interno si trova la sala utilizzata per l’assemblea.
Qui incontriamo Francesca, l’autorità locale,
ragazza dai modi decisi, per non dire autoritari. Ci presentiamo, ci mostra un po’ il
posto, ci accordiamo sulle modalità dell’esposizione. Chiediamo di poter prendere un caffé. Francesca ci impone di muovere le chiappe, abbiamo dieci minuti.
Corriamo come pazzi per paura di fare tardi. Il bar sembra lontanissimo. Prendiamo due ristretti, li beviamo a una velocità tale che li abbiamo già sudati prima che arrivassero allo stomaco.
Esortiamo la signora del bar a muoversi, dato che sta beatamente chiacchierando per i cazzi suoi. Non sa che rischiamo la pelle, mica scherzi. Quando facciamo per andarcene, ci saluta: “Ciao, ragazzi!”
Ragazzi? Ci avrà scambiati per due studentelli scappati dalla festa, a causa del nostro look fresco e alla moda. Boh.
Ritorniamo come fulmini alla festicciola. Fumo due tiri di sigaretta, poi colgo uno sguardo che interpreto come un “Muovi il culo” da parte della ragazza. Getto la sigaretta e mi incollo a Luciano. In realtà i ragazzi sono tutti fuori che cazzeggiano.
Un gruppo prova gli strumenti. Fanno una versione vorrei-ma-non-posso di Sweet child of mine dei Guns ’n’ Roses (credo) e picchiano un po’ sulla batteria. Segue un gruppo composto da una cantante in crisi adolescenziale, un chitarrista così cosà, un batterista bravino. Niente bassista. Fanno
una cover dei Blink 182 (credo), ma non si sente nulla, se non la chitarra che schitarra a
tappeto, la batteria che sovrasta tutto e la voce della ragazza che ci fa preoccupare per la sua situazione emotiva.
Quando Francesca ha radunato a viva forza il gregge, possiamo iniziare. Si dimenticano che esistiamo e cominciano a proiettare il film su Emergency in Iraq. Francesca ordina di fermare, tanto stanno tutti facendosi i cazzi propri. Luciano fa per dire due cose, il film riparte da capo. Non ci siamo capiti. Luciano si spiega, Francesca ricomincia a urlare di fermare tutto. Finalmente si può iniziare.
Luciano ci presenta, mentre io faccio un balletto su me stesso sorridendo al pubblico. Parla di questo e di quello, delle guerre, degli “effetti collaterali” e così via. Forse per via del modo frenetico in cui si è svolto il tutto finora o per le pressioni della ragazza, riesce a essere insolitamente sbrigativo. Precisa che io interverrò alla fine, cioè parlando delle cose più noiose, ma tanto sono qui per fare il figo, non certo per quello che ho da dire.
La proiezione del film la seguiamo anche noi seduti a terra, mescolati con i giovani, per non dare l’idea di farci i cazzi nostri e poi perchè ci sentiamo in perfetta empatia con i giovani presenti (anche noi siamo lì esclusivamente per assaltare il buffet).
Il film scorre rapido. Per i primi dieci minuti, le spettacolari immagini in movimento attraggono l’attenzione del pubblico, poi finiscono i pozzi petroliferi incendiati e le corse delle automobili in mezzo al deserto e gli effetti speciali (gentilmente offerti dall’esercito degli Stati Uniti) lasciano spazio alle testimonianze delle vittime. Un sacco di bambini mostrano sulla propria pelle l’efficacia e la precisione chirurgica di quelle armi raffinate e pulite che sono le cluster-bombs (bombe a grappolo, che nome poetico!) e le mine antiuomo. Gli astanti cominciano a perdere colpi e raggiungono lo stato comatoso nel momento della danza collettiva tra pazienti e personale dell’ospedale.
Diamo a Cesare quel ch’è di Cesare e rendiamo onore al fatto che Francesca e altre persone (alcune palesandosi, altre origliando) si interessano, domandano, ascoltano le circostanziate risposte che dà Luciano – io invece divento una macchia sul muro.
Finalmente il film finisce. I ragazzi si tirano in piedi di scatto e sono già pronti ad espugnare le tavolate di cibo o a scappare fuori, ma Francesca riprende a strepitare e li rimette in riga.
Ora tocca a me parlare. Inizio a cianciare a velocità esponenziale (verso la fine del mio discorso parlo ad ultrasuoni, praticamente). Premetto che cercherò di essere stringato e concluderò prima che le bevande si sgasino e i tramezzini si affloscino orribilmente.
Faccio un excursus rapidissimo su Emergency, evitando troppe date e nomi (non me li ricordo mai io, figuriamoci loro). A onor del vero, vedo alcune teste ammiccare e seguire ciò che dico, anche se non so cosa sto dicendo, troppo preso a sfoderare i miei sorrisi tattici e a cercare la luce migliore per far risaltare i miei occhi turchini. Concludo rapidamente anch’io, dopo aver sproloquiato degli interventi di Emergency dagli Appenini alle Ande, dal Manzanarre al Reno, di mine antiuomo, di questo e quello.
Lascio spazio alle domande. La folla ci guarda attonita per un attimo, poi qualche domanda arriva.
Incredibilmente, mentre io avevo evitato di essere troppo tecnico per non annoiare il
pubblico, le questioni che vengono poste sono tecnicissime.
“Come si finanzia Emergency?”. Risponde Luciano, io continuo a sorridere e cercare la posizione che esalta il mio profilo. Luciano coglie l’occasione per un excursus polemico sulla Croce Rossa Italiana andata al seguito dei militari in Iraq. La folla è in delirio.
“Che differenza c’è tra un volontario e un operatore sul campo – medico, infermiere,
ecc. – e quali sono i requisiti per diventare un medico di Emergency?” Risponde sempre
Luciano, mentre io mi rimetto a posto il ciuffo furbetto e ammicco al pubblico. Spiega
che per entrare in Emergency bisogna essere degli sporchi cattocomunisti o perlomeno
antiamericani, oppure delle “anime belle” che credono che per punire uno sfigato talebano non sia necessario sganciare bombe ad alto potenziale e incenerire dodicimila persone.
Bisogna poi sapere l’inglese, visto che in Afghanistan e in Iraq ci sono più anglofoni che autoctoni. Bisogna essere anche un medico o qualcosa di simile, magari può tornare utile se lavori in un ospedale. Luciano spiega anche che per fare il semplice volontario non sono necessarie particolari caratteristiche, guardate che coppia di sfigati siamo noi! Applausi. Ringraziamo e ci mettiamo a disposizione per chi volesse un autografo.
Parliamo un po’ con alcune ragazze (siamo qui per loro, i ragazzi non li caghiamo neanche di striscio), poi esco a fumare una cicca, mentre Luciano scrocca un bicchiere di tè. Infine seguiamo il gruppo che sta suonando, visto che il torpore che si era impadronito dei giovani è stato sostituito da un’euforia generale, tutti poggano e applaudono. Il gruppo è bravetto, fa una specie di grunge e finalmente ha il basso. Suonano tre canzoni, tutte in Mi (e basta: un accordo per un quarto d’ora) ma tutto sommato gradevoli e ben eseguite.
Io e Luciano, commossi dall’essere stati accolti con tanto calore, ce ne andiamo in punta di piedi, lasciando i ragazzi alla loro festa. Torniamo verso Rovigo con la certezza
di aver lasciato un segno della nostra presenza nei cuori di tanti giovani che hanno sacrificato tre quarti d’ora per ascoltare quello che avevamo da dire.
Non manchiamo di chiarire a Francesca che siamo disponibili a tornare. Per due tramezzini col tonno venderemmo la mamma.
Lei ci dice sì sì, non sembra convinta o forse è una mia impressione, forse è solo un po’ sconvolta (tre secondi prima era in prima fila a pogare con gli altri). Attendiamo giugno, quando le belle giornate e la voglia di fare un cazzo prenderanno il sopravvento.
Ringrazio Luciano per l’ennesima lezione di vita e per il passaggio in macchina, nonché per il caffè.
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