Un punto di riferimento assoluto (racconto inedito, 2025)

Ultimamente sto pensando e scrivendo racconti. Sono per lo più esercizi, destinati a non andarsene troppo in giro. Anche questo avrebbe meritato forse la stessa sorte. Ma per la morale che contiene mi sembra sensato pubblicarlo come un manifesto di qualche cosa che riguarda tutto un grande dibattito sulla scrittura oggi e non solo quella.

Un punto di riferimento assoluto

Quando l’autista aprì la portiera posteriore dell’elegante Audi nera, Giuseppe avvertì immediatamente lo sbalzo di temperatura.

Dentro, adagiato su sedili che sembravano un divano e con un microclima progettato per simulare una tiepida giornata di primavera, aveva completamente scordato che all’esterno era autunno inoltrato.

Freddo non faceva più freddo da anni, quanto meno non il gelo dei suoi inverni da bambino, quello che sembrava spezzarti le ossa. Ma da qualche giorno aleggiava una nebbiolina vischiosa, che sembrava penetrare fino alle viscere.

La facciata dell’edificio comunale si affacciava sulla piazza vuota, ingrigita come il cielo di quei giorni. A fianco sorgeva la biblioteca, in una palazzina costruita nei primi anni Duemila, che ospitava anche una sala civica smisuratamente grande e smisuratamente attrezzata di tutto punto, già eccessiva all’epoca dell’apertura in quella cittadina piccola e smorta. 

Lo accolse l’assessore alla cultura, un tizio vestito così bene da non sembrare affatto un assessore alla cultura. Aveva più l’aria del piazzista. 

“È un piacere avere qui una celebrità come lei”, disse, tendendogli una mano paffuta e flaccida come una salsiccia.

Giuseppe la strinse frettolosamente e sorrise di maniera, ma dentro di sé era già annoiato. Probabilmente l’assessore lo conosceva solo di nome, come tanti, magari per averlo visto in qualche video sui social o per quella comparsata in tv. O magari neanche quello: probabilmente gli avevano solo detto che veniva uno molto famoso. 

“Mi lasci dire – proseguì quello, come se qualcuno avesse mai potuto impedirglielo – che sono un grande appassionato di romanzi. E lei è… è… un punto di riferimento assoluto”.

Giuseppe pregò che il corridoio per arrivare all’auditorium fosse abbastanza breve da porre fine il prima possibile a quel diluvio di banalità. Ovvio che era un punto di riferimento. Lo era nell’intero panorama editoriale nazionale, dato che ormai chiunque avesse avuto anche lontanamente a che fare con la letteratura si era estinto. 

Per dirla papale papale, era rimasto solo lui. E questo giustificava pienamente il cachet esorbitante che gli corrispondevano per partecipare a tediose serate come quella.

Si concentrò con dedizione sul compenso per ritrovare un minimo di entusiasmo, mentre saliva infine sul palchetto che ospitava il tavolo dei relatori. In verità dell’unico relatore, cioè lui.

La sala era piena. Volti di persone comuni, come era ormai abituato. Chissà che lavoro facevano, che vita avevano, in quali spazi della settimana trovavano tempo per i libri. Se erano lì, era evidentemente perché uno spazio lo trovavano tra mille impegni e distrazioni. Del resto, non erano che un minuscolo campione dei milioni di persone che ogni giorno spendevano un po’ di quel tempo sempre più prezioso per dedicare tutte le loro attenzioni ad un romanzo, ad un racconto o magari ad un saggio.

In altri tempi, chissà, Giuseppe avrebbe trovato in questo amore per i libri un dato bello, romantico, capace di ispirare speranza nel futuro. Invece ormai non gliene fregava più un cazzo. Incontrava quelle folle sempre più svogliatamente e non riusciva a non pensare a tutte quelle persone come a sciocchi perditempo.

Ed essere rimasto l’unico intellettuale su piazza non lo faceva sentire bene. Anzi, gli pareva tremendamente deprimente. 

Ma scacciò questi pensieri e si concentrò su ciò che era venuto a fare, da consumato professionista: “Il libro che vado a presentarvi stasera mi è molto caro, se non altro perché mi sono occorsi diversi mesi per finirlo”.

Qualcuno rise. 

I più rimasero incantati. Chi riusciva più a pensare ad una qualsiasi attività in termini di mesi, in una società che produceva e consumava contenuti alla velocità di secondi? 

Reagivano sempre così, pieni di stupore. Giuseppe ormai lo sapeva: quanto erano prevedibili.

Proseguì imperterrito a parlare del romanzo, che gli pareva stupido fin dal titolo scelto ovviamente dall’editore: “Brigate anti movida”. E in effetti pure per lui che ci aveva sprecato dietro perfino le notti era una vera cacata, che pareva scritta da un idiota. Ma se al pubblico piaceva, contenti loro. Lui di qualcosa doveva pur campare.

Finito l’incontro, le domande di rito. Non molte, perché i partecipanti sembravano più interessati a parlare di sé stessi, che non ad approfondire i contenuti del romanzo appena presentato.

Fortunatamente fu breve.

Mentre usciva, si mescolò alla piccola folla che abbandonava la sala, postando compulsivamente video dell’evento sui social. Aveva voglia di una sigaretta. Fuori la nebbia era sempre più fradicia.

“Avresti dovuto parlargli del tuo romanzo”, diceva una ragazza a quello che sembrava essere il suo fidanzato.

Il moroso si schermì, imbarazzato. “Non me la sono sentita, lasciamo perdere. Ho già venduto quattordici copie, direi bene così. Quattordici! Se le sogna, Baraldi, quattordici copie! E tu quando pubblichi la tua raccolta di poesie?”

“Esce il mese prossimo – disse lei -. Giusto il tempo di fare l’ultima presentazione dell’altro libro”.

“Ma a ottobre non hai pubblicato nulla?”, chiese lui.

“No. Mi sono riposata un po’, che ad agosto ho già pubblicato due cose”. 

Giuseppe li guardò con tenerezza e per un attimo si sentì vicino a loro. Avrebbe voluto pubblicarlo anche lui, prima o poi, un libro. Ma non trovava mai il tempo per scrivere, impegnato com’era a leggere, leggere, leggere. Uscivano continuamente nuovi libri. Tutti, prima o poi, finivano per scriverne uno. I più bravi ne pubblicavano anche due o tre al mese. Ma chi li leggeva, tutti questi libri?

“Secondo te è vero che lo pagano tutti quei soldi?”, spettegolò una vecchia sottovoce.

Giuseppe alzò un sopracciglio. Era abituato anche a quelle domande retoriche, gonfie di invidia. 

Certo che lo pagavano tanto. Era rimasto l’unico, in un paese di sessanta milioni di abitanti, a leggere ancora. L’unico a leggere libri, anziché scriverli. 

Era una specie di dodo. Di fossile vivente. E visto che era rimasto l’unico, gli toccava leggere tutto. Pure dozzine di libri di merda, scritti da gente che un libro non l’aveva letto mai. 

Gli pareva il minimo che lo coprissero d’oro.

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