Ancora il 2017. Così com’era fugacemente riapparsa nella storia della band, Barbara ritorna all’oblio dopo l’estemporanea performance live.
Gli Arachide Jumbo riprendono invece a incontrarsi in sala prove, per logorarsi di nuovo sulla “Hit dell’estate” e su un pugno di altri brani.
Per la verità, il primo nome della “Hit dell’estate” è “Flamengo”, dato che il brano iniziale è uguale sputato all’ormai mitico “Flamenco 2”. Insomma, gira e rigira, gli Arachide Jumbo sembrano essere tornati al punto di partenza.
Non è così, naturalmente. Mentre Gianni continuerà a decantare la semplicità e la purezza dell’idea originale (due accordi ripetuti ad libitum e una serie di parti strumentali del tutto improvvisate), si affastellano tentativi di dare al brano una struttura più compiuta, che però non convincono mai del tutto. Il primo a portare una proposta è Mario, che addirittura azzarda un testo in dialetto veneto, come si accennava qualche pagina fa: il motivo è che il testo dialettale gli consentirebbe di recuperare il riff portante, una parte cantata che fa più o meno “Eeeeh, oh!”, usando espressioni tipo “Xe stà eo” (trad. “E’ stato lui”).
Bocciato senza pietà da tastierista e chitarrista il testo in dialetto, la palla passa a Nicola, che smonta il brano e riassembla gli accordi in un numero infinito di riff, bridge, ritornelli e variazioni di riff, perfettamente sensati sulla carta, ma quasi impossibili da memorizzare per gli ormai mesti neuroni della band.
Risultato: abbandonato a sé stesso dalla sezione ritmica allo sbando, l’assolo diventa – come si diceva – un lungo e compiaciuto assolo di chitarra. Una sega.
Nicola prova a tagliare, cucire, semplificare, inanellando una serie di modifiche ormai pari ai numeri del pi greco.
Ma il brano non troverà mai una forma compiuta, finché lo stesso Gianni, da primo esaltatore della sapidità di questa canzone, ne diventerà il più feroce detrattore, arrivando un giorno a decretarne la morte con l’affermazione tranchant: “La hit dell’estate mi ha rotto i coglioni”. (92 minuti di applausi).
Nuovi brani ovviamente incompiuti
Nonostante la temporanea resurrezione dell’antico ritmo flamenco, di riprendere materiale vecchio non se ne parla. Ormai la mole di spunti ha raggiunto un volume tale, che il tastierista smette di registrare sistematicamente le prove e si limita a salvare traccia solo dei momenti salienti, intercettati con il microfono del cellulare.
Non si conclude molto, ma nasce qualche improvvisazione notevole, come la bella “Ci devo pensare”, che dimostra come l’arrivo del Micro Korg consenta al tastierista di emergere anche troppo nei solisti. (…)
Il tutto viene captato con il cellulare e proposto su Youtube, ormai unico canale di diffusione ufficiale dei materiali della band.
In questo faticoso periodo, quasi per miracolo – nei primi mesi del 2017 – gli Arachide Jumbo completano in tempi non biblici un bel brano di Nicola, intitolato “I colori del vento”, il cui punto forte è un riff iniziale, in un primo tempo affidato alla chitarra elettrica, poi ceduto al un suono di sintetizzatore simile ad un theremin, supportato da tappeti di archi. Malinconico e rabbioso, “I colori del vento” nella seconda parte si trasforma in un’incazzatura rock, con cambi di tempo e assoli spietati, per poi sprofondare nella meditazione iniziale. Anche di questo resta traccia solo su Youtube, dove viene proposta una registrazione assolutamente amatoriale.
Anche Mario porta alcuni brani in sala prove: uno, “Cosmo”, è molto emozionante, visionario e ricorda in qualche modo le sonorità di Pink Floyd o Camel. Chissà perché, però, non viene mai, ma proprio mai, preso in mano dal gruppo, che si perde in altre sperimentazioni. Un altro brano, sempre di Mario, praticamente finito, resta nel cassetto.
C’è anche un riff di Cesco, naturalmente in un tempo dispari, ma talmente complicato che nemmeno lui riesce a suonarlo. La band prova ad attaccarci qualcosa di sensato, poi lo lascia a decantare. Non gli viene nemmeno dato un titolo, tanto per capire che aria tira, mentre Nicola lo battezza “Sette ottavi anghooora?!”.
Poche idee, ben confuse
Il punto è, come sempre, che ogni membro della band ha un’idea diversa di cosa fare.
Nicola vorrebbe lavorare solo su brani nuovi, cosa che richiede molto più impegno di quello che il gruppo sta mettendo; Gianni vuole andare a suonare in giro, qualsiasi genere sia richiesto, cosa che richiederebbe di abbandonare i brani della band, reclutare una cantante e preparare un repertorio di cover; Cesco va in sala prove semplicemente a cazzeggiare; Mario media come sempre tra le esigenze di tutti (cazzeggio incluso), proponendo di fare un po’ e un po’.
Gli anni sono passati e i capelli bianchi della famosa recensione sono diventati per alcuni sempre più bianchi, per altri semplicemente sempre meno capelli.
Mario, l’unico giovane della band, oltre a dedicarsi al teatro e a svariate altre migliaia di hobby creativi, nel frattempo si è trovato un’avvenente, simpatica e paziente fidanzata.
Cesco, nel periodo di pausa dalle tastiere, ha ripiegato su altri progetti fallimentari: oltre al libro a fumetti autoprodotto, “Scarafaggi”, una breve e intensa carriera di vignettista e un romanzo (“Le mille verità”), uscito nel 2017, che lo coinvolge in un breve tour di presentazioni, ma non gli vale non dico un premio Strega, ma nemmeno un Capitan Pipa.
Gianni è alle prese con svariati cambi di lavoro, nonché di residenza, e intanto si prepara a buttarsi in politica (l’outing avverrà nella primavera 2019, con la sua candidatura a consigliere alle elezioni comunali).
Insomma, Nicola pare ormai l’unico che si dedica a rielaborare in modo certosino e cervellotico le canzoni della band nel proprio tempo libero, che ritaglia tra le cronache del Gazzettino e altri impegni.
Iniziano a vedersi, intanto, i primi segnali di cambiamento all’orizzonte, allorché Mario annuncia che cederà a breve al nipote la lussuosa magione di Granzette, dove ha sede la sala prove, per trasferirsi altrove. Per il momento, comunque, strumenti e musicisti non saranno sfrattati.
Intanto, Nicola è rimasto l’unico a frequentare con costanza Barbara, con cui continua a comporre abbozzi di brani per chitarra e voce. A una di queste rimpatriate clandestine partecipa fugacemente anche il Cesco, in una rapida incursione di domenica pomeriggio (approfittando del pisolino della figlia), in cui nasce qualche idea molto confusa, che però resterà sulla carta e in poche registrazioni fatte tanto per.
Patatrac!
A inizio 2019, nel ventennale più o meno della band, il tastierista è preso da uno dei suoi caratteristici momenti di amarcord, che costituiscono tratti tipici della sua patologia psichica, e medita di organizzare un mega concerto revival per celebrare il traguardo o chiudere in bellezza la storia della band, a seconda di come andrà a finire.
Mentre tutto ciò avviene nella sua testa, nella realtà si concretizza per davvero l’ipotesi di un concerto, ramazzato da Mario, che è uomo di mondo.
La proposta è di esibirsi nel piccolo e raffinato locale dal nome tautologico “Il Locale” a Rovigo, cercando di non raderlo al suolo con i consueti volumi da stadio. La proposta piace a tutti, almeno sul momento.
Per arrivare pronti all’evento, che per fortuna non ha una data fissata, ma dovrebbe essere entro maggio o giugno al massimo, è urgente definire una scaletta. Il tastierista ci si mette anche di impegno e ne elabora una, interamente di brani della band, compresi gli strumentali del disco del 2004, più pochissime cover. Una sorta di concerto celebrativo della storia della band, a beneficio di chi non la conosce (praticamente chiunque sulla faccia della Terra, per non parlare delle galassie circostanti).
Al momento di discuterne, però, succede l’imprevedibile: la scaletta non mette d’accordo tutti, la band litiga, non si trova un accordo e il concerto finisce dritto giù per il cesso.
Le prove successive saltano, quelle dopo non vengono fissate. Mario decreta una “pausa di riflessione”, che tradotto in soldoni significa, come è noto, “mi sento confusa, devo stare un po’ da sola, esco da una storia di tre anni con un tipo”.
La pausa di riflessione si conclude definitivamente il 28 agosto, quando il quartetto si ritrova a Granzette per una rapida rimpatriata davanti a una bottiglia di prosecco, pop corn e una certa quantità di arachidi salate. La decisione è collegiale, ma la riassume Mario: “direi che è meglio se ci fermiamo qui”. Ovunque sia “qui”, la band concorda che è meglio non proseguire.
L’addio agrodolce ai sogni di gloria è sancito nuovamente da Mario, che non perde tempo in smancerie: “Bene, quand’è che vi portate via gli strumenti dello scantinato?”
Non si sa mai, che qualcuno ci ripensi.
Si inizia ad abbozzare dunque un piano per lo smaltimento della sconfinata batteria madreperla di Gianni e di due tastiere con annessi cavalletti, una pedaliera, il mini mixer del tastierista, un djembe, svariati leggii, un’infinità di cavi jack e Canon, l’intera collezione di Cd con le registrazioni delle prove (tipo 60 Cd), senza contare tonnellate di spartiti e appunti da archiviare per i posteri.
E anche l’avventura di questa ultima reincarnazione dell’Arachide Jumbo è arrivata al capolinea?
Proprio nei giorni in cui Gianni sentenzia, con impeto iconoclasta, che “la hit dell’estate ha rotto i coglioni”, quell’estate le radio – per motivi sconosciuti o forse per un complotto – ripropongono un classico dei Red Hot Chili Peppers: “Snow (Hey Oh)”. Che fa esattamente così: “Eeeh, oh”. Solo che il testo non è in dialetto veneto.
SIPARIO
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Questo è l’ultimo capitolo della logorroica biografia dell’Arachide Jumbo (e ne abbiamo pubblicata meno della metà). Se volete leggerla per intero, la trovate qui. In ogni caso, è dedicata alla memoria di Gianni Frezzato, il fragoroso e ingovernabile batterista del gruppo che non c’era.
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