Il gruppo che non c’era #13: La trasfigurazione di Mario

Vinte tutte le sfighe e guarita la mano di Nicola, il 2 ottobre nella splendida cornice (fatecelo scrivere, almeno una volta) del centralissimo Teatro Duomo di Rovigo, va in scena “Homo Sapiens”, lo show multimediale e multidisciplinare inventato da Mario Serico, con la corposa collaborazione degli Arachide Jumbo per le parti musicali.

L’intera famiglia di Mario Serico è stata coinvolta nella lavorazione: la bella locandina dello show è a cura della bravissima nipote Silvia, il nipote Marco contribuisce all’allestimento, mentre il fratello di Mario, Franco, è l’animatore dei burattini.

Manca solo Paolo, l’altro fratello, storico chitarrista di “Marcondiro ‘ndero”, scampato chissà come al reclutamento coatto.

Finalmente completato, lo show tenta di raccontare in una girandola di invenzioni, sketch, performance teatrali e canzonette la storia dell’uomo, proponendo un florilegio di citazioni di grandi della letteratura come Esiodo, Carlo Goldoni, Bertolt Brecht e naturalmente Mario Serico, mescolate in un allegro caos alle performance di teatro, burattini e danza di Teatro Insieme e alle musiche più o meno originali degli Arachide Jumbo. L’immane guazzabuglio è ovviamente coordinato dal sommo Serico, con l’ausilio di robusti integratori vitaminici.

In questi giorni di grande stress, infatti, Mario diventa ascetico: non mangia e vive di erbe, tisane, decotti e Grande Amaro Svedese. Nei giorni delle esibizioni si nutre esclusivamente di un integratore vitaminico al gusto di arancia. Dice che a lui basta questo. Sarà. Però il giorno dopo lo show si ammala.

La band si è sbizzarrita, mescolando rock, musica medievale, accenni di prog e quel classico miscuglio à la Arachide Jumbo che sa di jazz ma non è jazz, sembra una bossanova epperò non è esattamente una bossanova, suona come un funky ma se vogliamo proprio essere rigorosi non è che sia proprio un funky. Che scritto così sembra proprio una figata, ma chissà poi se lo è davvero.

In un teatro gremito, va dunque in scena “Homo sapiens”.

I primi a comparire sul palco sono i burattini di Franco Serico, a cui è affidata l’introduzione, in cui si narrano i pessimi rapporti tra l’uomo e colui che l’avrebbe creato, cioè nientemeno che Dio.

Poi si spengono le luci e tacciono le voci e parte, appunto, “Truth Arise”, che però nelle didascalie sullo schemo è ribattezzata come “Truth Sunrise”, qualunque cosa voglia dire. Segue a ruota il brano “Homo sapiens” e infine lo spettacolo ha inizio.

La band è incastonata in un angolo del palcoscenico, i musicisti praticamente accatastati l’uno sull’altro, per lasciare spazio all’esibizione degli attori, fatto che consente a Nicola di imboscarsi nell’angolo più oscuro, praticamente dietro un tendone, dove nessuno lo riuscirà a vedere. Per contro, il tastierista è ben visibile: il numero di tastiere è ormai inversamente proporzionale alla sua capacità di suonarle e occupano buona parte dello spazio destinato ai musicisti. Nel frattempo è arrivato anche un nuovo pedale del sustain, con la modica spesa di sette euro, a salvare l’esecuzione da sonorità raccapriccianti.

Il secondo brano del set musicale è “Il cielo si è stancato di piangere”, ormai rielaborata decine e decine di volte, anzi centine, per dirla alla Mario.

In questa occasione, qualcuno ha avuto la geniale intuizione di far suonare al batterista l’incipit con il bongo, che per molto tempo era stato suonato curiosamente dal tastierista, chissà perché. Il canto iniziale è, stando a Mario, un testo tradizionale appreso da un amico africano (“Amba, amba, ambu jelelà”). Non è chiaro cosa voglia dire. Forse una cosa tipo “Siamo tutti fratelli” oppure “Non gettare alcun oggetto dal finestrino”. Nel dubbio, la band esegue.

Gli Arachide scompaiono di nuovo e riemergono dall’ombra in occasione dello strano incastro di recitato e musical dal titolo “Il trionfo dei sette pianeti / Canto della pazzia”, in cui Morena Sparapan della compagnia Teatro Insieme declama i versi di Petri e la band intervalla con le parole di Lorenzo il Magnifico, messe in musica da Mario. Ormai è chiaro che la band, nel suo delirio di onnipotenza, non si limita più a infrangere le barriere culturali tra diversi paesi del mondo, ma si prefigge perfino di superare le barriere spaziotemporali.

Più sobrio il pezzo “La sapienza degli ignoranti”, che va in scena in una versione minimalista, che di certo non incontra il gusto del batterista: praticamente solo chitarra e pianoforte a sostenere l’interpretazione della voce, in un brano che è carico di pathos. O dovrebbe esserlo, nelle intenzioni.

Mentre lo spettacolo saltella di epoca in epoca, arriva la cover, “Ma che colpa abbiamo noi”, e poi un nuovo brano a chilometri zero, “Io perduto”, di cui s’è detto in precedenza (è quello con le trombe finte che fanno “Pararirappàrirarappàrirà”).

La mitica “Listen in the silence” esplode nella seconda parte dello show, facendo tremare il teatro e svegliando persino una povera signora che si è addormentata (stando a quanto riportano i nostri testimoni tra il pubblico). Segue la solita, maestosa “Impressioni di settembre” della PFM, ormai un consolidato cavallo di battaglia della band dai lontani anni Novanta. Come passa il tempo.

E “Tempo predone” parla esattamente di questo, del tempo che passa. Almeno è quanto ha capito il tastierista, ascoltando il testo, mentre cerca affannosamente di tenere dietro al ritmo frenetico della canzone, che prevede svariati cambi di accordi, scale e perfino un assolo pieno di tasti neri, che lui esegue con un altro metodo consolidato: suonare delle note a caso, cercando di azzeccarne almeno l’80%.

Dopo tanto correre, ci si rilassa con il poetico “Cantico delle creature”, che la buonanima di San Francesco ha affidato alla musica di Mario e Barbara, riarrangiata con un ritmo jazzato e intervallata da alcune variazioni che non c’entrano una mazza, ma che servono come sottofondo, su cui gli attori recitano le loro ultime parti.

Sul finale si allaccia la ripresa di “Homo Sapiens” (naturalmente senza l’intro). Lo show si chiude di nuovo con i burattini di Franco Serico, che concludono la gag iniziale, riportando la pace tra Dio e la sua creatura preferita. Amen.

In mezzo alla musica, un frullato di scene: un monologo di Brecht, il soliloquio della Giulietta di Shakespeare, alcuni testi scritti da Mario, un estratto dell’Aulularia di Plauto recitata in dialetto veneto e altre follie scaturite dalla mente di Mario.

La critica registra applausi in quantità, qualche perplessità sulla struttura vorticosa dello show (che spingerà Mario a rimetterci mano in seguito, cercando di rendere il tutto più lineare) e la famosa signora addormentata per buona parte della serata.

Homo Sapiens, il bis!

Neanche il tempo di crogiolarsi sugli allori, che è già tempo di replicare. Il bis, infatti, è in programma già il giorno successivo, 3 ottobre, a Boara Polesine.

Come fare a dire di no? Il pianolista ci prova, ma Mario lo convince con le buone, trascinandolo in catene sul palco e lì legandolo alla pianola.

La serata di Boara Polesine è funestata da problemi ai microfoni wireless, forieri di un paio di momenti di nervosismo sul palco, che fanno letteralmente sbroccare una delle attrici in un momento da panico. Il tutto si conclude in una piccola rissa, fortunatamente senza registrare morti e feriti. A parte questo piccolo intoppo tecnico, la seconda volta di questo poliedrico colossal epico-comico-dialettale è più riuscita della prima, sarà per l’esperienza consolidata.

Della performance al teatro Duomo di Rovigo sarà realizzato un video, purtroppo dall’audio molto scadente, che resta giusto a titolo di testimonianza per i posteri.

Anche questo capitolo è un estratto della biografia “Il gruppo che non c’era”, scritta a quattro mani con Nicola Astolfi nel ventennale della band.

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