Toh, oggi è la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio.
Le Giornate mondiali di Qualcosa non mi affascinano molto, per quanto sia importante darsi almeno un appuntamento l’anno in cui ricordarsi di qualcosa. Temo però che ce ne siano tante, che alla fine diventino parte dell’enorme rumore di fondo che invade le nostre giornate. E temo che diventino presto riti sempre più spenti, quando invece avrebbero bisogno di rompere il tran tran della quotidianità.
Non credo nemmeno che fare vignette serva a qualcosa, se non a far stare meglio chi le fa. Per me, del resto, sono sempre state un modo per dire cose complicatissime in estrema sintesi. Come la vignetta in copertina, che è nata nell’autunno scorso, potete immaginare da quali pensieri.
Il suicidio è uno strano evento, che ha fatto irruzione almeno un paio di volte in modo significativo nella mia vita: nel 2012 c’è stato Luciano Bombarda, amico e attivista di Emergency, che una sera è uscito di casa e si è gettato nel Po (di lui mi rendo conto che non ho mai scritto qui. Rimedierò). L’anno scorso c’è stato Sva, di cui invece molto ho scritto, ma spesso girando intorno al tema con quella tipica ritrosia a parlarne. Due eventi completamente diversi: il primo arrivato in modo del tutto inaspettato, il secondo purtroppo al termine di un lungo precipitare.
In entrambi i casi, le domande sono sempre quelle. Su tutte: si poteva fare qualcosa per impedirli? Francamente la risposta varia a seconda dell’umore, ma è piena di forse. Forse non si poteva fare nulla o forse questo è un alibi. Forse però si può essere più vigili o forse certi disastri sono al di sopra delle nostre forze. Forse siamo una società orrenda o forse i suicidi c’erano anche quando non eravamo questa società qua.
In assenza di certezze assolute (beato chi le ha), ho pensato che questa vignetta almeno una cosa sensata la dicesse, anche se è brutto spiegare le vignette: proviamo a non considerare il suicidio come una morte naturale. Potrebbe essere un piccolo passo utile? Forse.