D.I.Y. o dell’arte di mantenere i progetti nella giusta dimensione

Nel 1978 Peter Gabriel torna sulla scena con il suo secondo disco da solista dopo l’abbandono dei Genesis qualche anno prima. Il disco – tra i miei preferiti della sua lunga carriera – contiene una canzone destinata a diventare un singolo, dal titolo “D.I.Y.”.

Siamo in piena new wave ed è di fatto una canzone punk, anche se alla maniera di Peter Gabriel: una canzone punk basata su un riff di chitarra acustica con una batteria che picchia in modo lineare mentre il tempo cambia continuamente. “D.I.Y.” è l’acronimo per “Do it yourself”, un invito a “fare da sé”, a prendere in mano i propri progetti e il proprio destino. Un testo molto punk.

Fare da sé, ma in gruppo

Può sembrare curioso, questo invito all’autosufficienza, per una canzone che nasce, sì, da un’idea di Gabriel, ma che trova la sua forma compiuta grazie ad una band eccezionale, tra cui figurano il tastierista Larry Fast (ideatore dello strano tempo in 4/4, 5/4 e 7/4) e il chitarrista Robert Fripp, qui anche produttore del disco.

L’invito al “fai da te” di Gabriel non è un invito a fare tutto da soli. Semmai a non farsi dire dagli altri cosa devi fare della tua vita: Don’t tell me what I will do, ‘Cause I won’t / Don’t tell me to believe in you, ‘Cause I don’t. “Credo nei piccoli gruppi di persone, che hanno un maggiore controllo su sé stesse”, dice in una sua biografia successiva.

O, per dirla cone le parole della canzone: when things get so big, I don’t trust them at all. You want some control, you’ve got to keep it small, hey (“Quando le cose diventano così grandi, non ci credo più. Vuoi più controllo, devi mantenerle piccole”).

E quindi?

Negli ultimi vent’anni ho declinato la mia passione per la scrittura e il fumetto in molte collaborazioni con testate giornalistiche o culturali, convinto che fosse più gratificante sentirsi parte di un progetto collettivo, che coltivare in solitaria il mio orticello.

Ne sono convinto tuttora. In tutte queste esperienze la dimensione collettiva è stata fonte di stimoli e scambi (e anche di qualche delusione, perfino di qualche litigio, ovviamente, ma anche di qualche amicizia).

Ho suonato per anni in un gruppo ed è stato bellissimo. Ma trovo bellissimo anche sedermi al pianoforte da solo e (tentare di) suonare un pezzo per conto mio, suonandolo malissimo, per il solo gusto di farlo. Di imparare di nuovo a leggere la musica. Di gustarmi un accordo. Di sentire i tasti sotto le dita.

Con questo stesso spirito, gestire questo piccolo blog tutto per me è diventato un piccolo progetto appassionante e liberatorio, fine a se stesso, che coltivo in parallelo a progetti più complessi e non sempre immediatamente gratificanti.

Impaginare bene un articolo, metterci la cura dell’artigiano, mi appassiona quanto scriverlo.

Ecco perché in questo mio piccolo blog ho iniziato ripubblicare cose scritte altrove, a volte molto tempo fa.

È quel pugno di cose che ho scritto a cui tengo, nel mare delle cose pubblicate in una dozzina di testate tra carta e web. La maggior parte non sono più accessibili, sparite con i siti che le ospitavano o pubblicate su carta molti anni fa.

Altre arriveranno. Le sto recuperando dagli archivi (alcune in modo brigoso). Le rileggo, le correggo, cerco di aggiornarle e renderle più attuali, le impagino come mi piace, se serve le riscrivo e le raccolgo qui. Per me è come restaurare vecchie cose. Niente più che un piacevole bricolage editoriale.

Saranno anche un piccolo archivio gratis e a disposizione di chiunque ci possa trovare ispirazione. Magari per scrivere cose migliori.

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