Il gruppo che non c’era #8: Willy Pete’s back to Granzette

Sul finire del 2004, con la scusa che deve fare dei lavori in casa, il buon Roberto dà il benservito alla band e li sloggia dalla sua dependance, con enorme sollievo dei vicini di casa e della sua famiglia.

Costretti a trovare un nuovo alloggio e nuovi vicini a cui spaccare i maroni, gli Arachidi risalgono il corso dell’Adigetto fino alla ridente località di Granzette, dove si trova l’abitazione di Mario, dotata di uno scantinato con muri di cemento armato, più simile a un bunker antiatomico che ad una sala prove. L’acustica è atroce, ma i nostri non si perderanno d’animo.

Approfittando delle festività natalizie, questo gruppo di vigorosi manovali (oltreché menti raffinate), si ritrova il 27 dicembre del 2004 a sgomberare il seminterrato e tentare di insonorizzarlo con cartoni delle uova, moquette e altro materiale di recupero.

Ai lavori non partecipano Roberto e Barbara, mentre i restanti musicisti si affidano alla guida saggia e competente di Gianni, che se ne sbatte dei dispositivi di protezione individuali e altri ammennicoli da femminucce (…). Oltre alla lana di vetro killer, per insonorizzare la sala verrà utilizzata una moquette, che la band appiccica in qualche modo su tutte le pareti e su parte del soffitto.

La nuova sala prove è alta un metro e ottanta al massimo, dettaglio che rende impossibile saltare e roccheggiare senza procurarsi traumi cerebrali permanenti. Il sonoro però è dignitoso. Merito forse dei cartoni delle uova, l’ultimo contributo (involontario) di Roberto alle sorti della band.

Allo stato attuale, non risultano denunce da parte dei vicini di casa.

Nel 2005, dunque, gli Arachide Jumbo si rimettono al lavoro, dovendo nel frattempo riorganizzare i brani, in seguito ad un drastico cambio di line up: esce di scena Roberto e il basso passa in mano a Mario, che sfoggia un meraviglioso fretless, lasciando a Nicola quasi tutte le parti di chitarra elettrica e al Cesco il compito di riempire con le tastiere un po’ di vuoti (nel frattempo, alla storica Solton si è aggiunta da un pezzo una seconda tastiera, un piano digitale della Gem, che pesa svariate tonnellate e che – assieme agli ormai centomila elementi della batteria – fa sembrare ogni trasferta per i live una sorta di migrazione di sfollati).

Il primo scontro politico interno all’Arachide

Frattanto, “Marcondiro ‘ndero” continua a mietere successi e torna di nuovo a Sarzano, a fine luglio, con un nuovo ingresso in formazione: al posto di Paolo, arriva Leonardo, già attore della compagnia Teatro Insieme.

E’ proprio Leonardo, assieme al tastierista, a creare il primo scontro politico nella storia della band. I due, infatti, vorrebbero suonare “Bella ciao” alla fine dello spettacolo, della quale hanno elaborato una versione particolarmente ritmata durante le prove. Ma Mario, solitamente propenso al dialogo e alla conciliazione di opposte opinioni, si impunta, rifiutandosi di metterla in scaletta. Furibondo, il tastierista ipotizza persino di minacciare la sua defezione dal complesso e dal progetto, ma si rende presto conto di avere in mano un’arma a salve, visto che dalla sua uscita di scena lo spettacolo trarrebbe solo giovamento.

Arriva la data dello spettacolo e, per non farsi mancare niente, si scatena un forte acquazzone. Lo spettacolo viene così rinviato a qualche settimana dopo.

Arriva finalmente la data dello show e, non pago di avere già fatto sufficientemente incazzare Mario, in quell’occasione il tastierista si lascia andare in un interminabile assolo di organo su “Masters of war” di Bob Dylan, una di quelle classiche performance memorabili per chi le suona (il pianolista, infatti, sostiene che fu un assolo infuocato e appassionato, tra i migliori della sua carriera), ma imbarazzanti per il resto del gruppo e semplicemente letali per il pubblico. Dopo quell’episodio, il leader della band decretò severe restrizioni al numero massimo di battute concesse per un assolo.

La querelle attorno a “Bella ciao” era comunque destinata a non esaurirsi con il fermo diniego di Mario, che Cesco e Leonardo non avevano affatto digerito. Sul finire del concerto, Nicola e altri amici, presenti tra il pubblico e addestrati a dovere, invocano a gran voce la canzone dei partigiani, ma Mario non raccoglie la vile provocazione.

Poi succede tutto in un batter di ciglia: proprio mentre Mario sta scendendo dal palco per raccogliere pacche sulle spalle e firmare autografi, Leonardo attacca gli accordi di “Bella ciao”, seguito a ruota dal tastierista e dal batterista, in una performance scatenata, divertita e improvvisata, tra gli applausi dei presenti.

E se cambiassimo nome?

A ottobre gli Arachide Jumbo sono di nuovo in sala prove. Nel frattempo il Cesco ha smesso di usare un mangiacassette e si è dotato di un computer portatile, che utilizzerà per un buon periodo di tempo, finché non collasserà per la mole di dati acquisiti.

In un primo periodo, Mario e Nicola si scambiano talvolta il basso e la chitarra, ma ben presto le sei corde restano in mano a quest’ultimo. (…) In questa fase caotica e creativa, in compenso, nascono improvvisazioni memorabili, in cui si esprime la completa follia della band (…).

Sotto, da Youtube un tipico esempio di improvvisazione di quel periodo. Questa, anzi, è la prima cosa registrata dal pianolista all’epoca.

Nel frattempo, Barbara vorrebbe cambiare nome alla band e lancia un concorso creativo, da cui nascono proposte folli, tipo I Machos del Bulbo, i Califfati Attilati, Finanziaria Familiare (proposti ovviamente da Nicola e Cesco), ma anche altre cose più sensate (non a caso proposte dalla cantante), come The Ramblers, The Sun Fighters e The distant fingers.

Non se ne farà nulla. La forza dell’abitudine farà mantenere alla band il suo nome ridicolo, ma accattivante.

Il 2 novembre, nonostante tutti abbiano già cenato, Gianni arriva con delle pizze da asporto e alcune birre da 66 centilitri (…) e si tiene una mezzoretta di classico dibattito sul futuro della band, per nulla migliorato dall’assunzione di pizza tiepida e blandi gradi alcolici, che si potrebbe riassumere nel classico: dove dobbiamo andare per andare dove dobbiamo andare? (…) Per Gianni, tutto ruota attorno ad una sola questione: “L’unica cosa importante per questo gruppo qua è: se”, ossia “se andiamo in cerca per fare si trova la soluzione di qualcuno che possa dirti: questa è una soluzione, questa è un’altra soluzione”. In altre parole: “Cos’è che abbiamo intenzione di fare noi? Andare o non andare? E se sì, dove?”. O, detta ancora più chiaramente: “Quello che voglio dire, ragazzi, è questo: un gruppo così o fa o non fa, perché le mezze misure non stanno in scarsella a nessuno”.

In sostanza, si riapre l’eterna diatriba sul fatto che non si sta andando a parare da nessuna parte, che porterà – con comodo – il gruppo a sfracellarsi una dozzina di anni dopo.

Peccato per i malumori e le discussioni, perché le improvvisazioni sono memorabili.

Il 9 novembre il tastierista registra una sorta di saga musicale interminabile, ma altrettanto affascinante, che battezza “Willy Pete’s back to town” (il riferimento nel titolo è al fosforo bianco sganciato dall’esercito americano sulle città irachene e chiamato con il nomignolo Willy Pete).

Il genere? Mario direbbe che è fusion, ma è semplicemente Arachide Jumbo. Anche Barbara dà il meglio di sé in queste improvvisazioni, in cui usa la voce come uno strumento musicale (in perfetto contrasto con il tastierista, che usa uno strumento musicale come se non fosse uno strumento musicale).

Questo strano pezzo è un estratto della strana biografia dello strano gruppo noto (a pochi) come Arachide Jumbo. Se volete sapere cos’ha portato Gianni alle prove del 2 novembre, oltre alla pizza, dovete leggere la biografia, cioè comprarvela qui.

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