Ecco un altro libro che fu di fondamentale ispirazione per “I giorni delle cicale”: una vera e propria ode alle piante più umili e ostinate, scritta con contagiosa passione dal naturalista inglese.
Ero arrivato a leggere questo libro, in verità, già dopo una lunga serie di cose pensate e scritte sulla capacità delle piante di attecchire e rinascere ovunque, anche e soprattutto nelle condizioni più impervie. Avevo radunato questi appunti sotto il titolo “Le coinquiline” e la loro mole sarebbe cresciuta durante il lockdown della primavera 2020.
La caparbietà e l’incredibile capacità di adattamento e mutazione delle piante non solo mi affascinavano, ma mi avevano fatto intuire che ci fosse una sorta di continuità della vita oltre singoli cicli di nascita e morte.
Tra tutte le specie vegetali, le cosiddette “erbacce” mi hanno sempre affascinato per la loro ostinazione e umiltà. Al pari del muschio, che colonizza i vecchi mattoni e perfino la porosità dell’asfalto, le piante pioniere riconquistano gli spazi divorati dalla città: crescono nelle crepe del cemento, tra le fughe delle mattonelle, negli anfratti dei palazzi.
Per le stesse ragioni, però, le “erbacce” sono odiate e combattute da contadini e cittadini attenti al decoro. Eppure alla fine saranno loro a vincere. Sarà per questo che le erbacce ci turbano?
“Elogio delle erbacce” è uno dei libri più illuminanti di sempre. Ha cambiato il mio modo di guardare un prato, un’aiuola o un marciapiede colonizzato dai vegetali. Mi ha fatto intuire che neppure la peggiore catastrofe di origine umana potrà facilmente spezzare la testardaggine del vilucchio o la strategia di espansione del papavero.
E mentre narra l’epopea del senecio squalidus, giunto dalle pendici dell’Etna all’algida Oxford e da lì diffusosi in tutta Inghilterra grazie alle massicciate delle ferrovie, scrive una delle storie d’avventura più avvincenti di sempre. Con una erbaccia come protagonista.
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