Letture: rileggere “Morte accidentale di un anarchico” di Dario Fo pensando a Rami Elgaml

“Al cittadino medio non interessa che le porcherie scompaiano… No, a lui basta che vengano denunciate, scoppi lo scandalo e che se ne possa parlare… Per lui quella è la vera libertà e il migliore dei mondi: alleluia!”

Sono un lettore disordinato e pesco spesso le letture in base allo stato d’animo o a ciò che sto “cercando” in un certo momento. Ecco perché ho ripescato di recente dalla libreria “Morte accidentale di un anarchico” di Dario Fo, proprio nei giorni in cui ricorrevano la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli.

“Morte accidentale di un anarchico” fu rappresentato per la prima volta nel 1970, non molto dopo i fatti a cui si ispirava.

Non sospettavo che l’avrei trovato così attuale, in effetti.

Innanzitutto per la morale civile che esprime, che suona sinistramente familiare mentre impazzano i video della morte a Milano dell’egiziano Rami Elgaml durante un inseguimento da parte dei Carabinieri.

Che è solo l’ultima vicenda di tante piccole e grandi, così tante, troppe da elencare, da fare pensare con un brivido che le cosiddette “mele marce” siano in verità qualcosa di più di pochi casi isolati.

Di attuale c’è anche un giudizio politico: “Il popolo – dice sempre il matto protagonista della pièce – chiede una giustizia vera e noi invece facciamo in modo che s’accontenti di una un po’ meno ingiusta… Loro vorrebbero la rivoluzione… E noi gli daremo le riforme… tante riforme… li annegheremo nelle riforme. O meglio li annegheremo nelle promesse di riforme, perché neanche quelle gli daremo mai!”

E in effetti è andata così.

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