Sopporto con fatica le prediche su come i giovani dovrebbero vivere la vita. Tra le tante, c’è quella predica che bisogna a tutti i costi uscire dalla comfort zone. Come se fosse agile e intuitivo abbandonare un luogo in cui si sta bene, per avventurarsi… dove?
A Loreo, senza avvistare coccodrilli
La vita degli scrittori famosi è costellata e spesso afflitta da viaggi in remote, suggestive località, dove incontrano e si confrontano con moltitudini di persone appassionate di letteratura. Almeno credo.
A me, come raccontavo in precedenza, è capitato di scoprire Corbola per la prima volta proprio grazie ad uno di questi incontri (ma la moltitudine, in quella sera di dicembre in cui diluviava, assommava a sette o otto persone).

Oggi sono stato a Loreo e anche questa è una prima volta. Nel senso che tante volte sono passato per Loreo, ammirando il suggestivo scorcio un po’ decadente dei bei palazzi e della torre dell’orologio, affacciati sul canale. Ma non avevo mai passeggiato per le vie del centro.
Ma cosa c’entra tutto questo con l’incipit sulla comfort zone?
A parlare di scrittura con un pubblico inedito
L’occasione di visitare Loreo è venuta da un’invito: quello di un’amica che lavora in una comunità per minori proprio nel bel borgo bassopolesano. Non esattamente un salotto letterario con educati intellettuali di una certa età, dunque pane per i miei denti.
Sono arrivato a Loreo di buon mattino, avendo il tempo di prendere un caffé in un bar affacciato sul canale e godermi quella meravigliosa e un po’ paurosa sensazione di essere il foresto osservato da tutti.
Poi, con una breve passeggiata tra bei palazzi un po’ scalcinati, l’arrivo alla comunità, dove mi attende non proprio trepidante il mio folto pubblico: quattro ragazze tra i 14 e 15 anni o giù di lì, di cui una appassionata di scrittura, ma poco chiacchierona (le due cose si tengono); una poco appassionata di scrittura, ma molto chiacchierona; una né appassionata di scrittura, né chiacchierona (e forse assonnata); una, infine, comprensibilmente ostile alla mia presenza, avendo dovuto rinunciare a non so quale impegno per rimanere ad ascoltarmi.
Perché le persone scrivono?
Di cosa abbiamo parlato? Di scrittura, di narrazione, del perché si scrive e del perché si raccontano storie, di come si sopravvive alla noia, di come scrivere aiuti a liberare le emozioni e di come l’ironia possa alleggerirci la vita o massacrare i malfattori più delle randellate. Tutto questo in rigoroso disordine, seguendo suggestioni, discussioni, chiacchiere, aneddoti, spunti che spaziavano dalle serie su Netflix agli influencer su TikTok.
Le mie interlocutrici mi hanno detto che chi scrive lo fa per esprimere pensieri – a volte brutti pensieri – o perché si annoia o per sfogarsi o perché “scrivendo si è sé stessi”. Oppure ancora: “ho delle frasi in testa e le vorrei scrivere”. O, infine, perché “mi fa sentire libera”. Non so se sarei riuscito a dirlo meglio.
Un incontro che non “serviva a niente”
Sono uscito da questo incontro un po’ stralunato, ma felice. Quando l’ho iniziato, mi sentivo in difficoltà. E quando l’ho concluso non ero convinto di avere “combinato qualcosa”, cioè che avesse avuto un senso. Di fatto, però, era stata una piacevole chiacchierata senza capo né coda con un gruppetto di persone interessanti, divertenti, simpatiche, perfino quando facevano di tutto per sabotarmi (anzi, forse di più in quei momenti).
In quel “senza capo, né coda” sta un po’ tutto il mio spaesamento: uscendo, mi sono chiesto se davvero bisognava che ce l’avesse una coda, un senso, un obiettivo. Se davvero doveva “servire a qualcosa”. O se non dovevo godermi semplicemente il fatto di avere trascorso una mattinata con quattro persone simpatiche e interessanti, che senza il mio libro non avrei probabilmente conosciuto mai.
E come sempre quando una situazione strana mi mette un po’ in crisi (di significato), mi sono sentito bene. Perché per me le comfort zone sono proprio le crisi, che insieme alla noia sono un terreno fertile su cui germogliano ottime domande, se non addirittura ottime risposte.
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