Ecco il genere di libro che calamita la mia attenzione: una piccola rassegna di testimonianze di “barcari” del Po, che raccontano il loro mestiere e quello dei “cavallanti”, mestieri di un passato non troppo remoto, spazzati via dalla modernizzazione.
“I barcari raccontano i cavallanti” di Marina Bovolenta, pubblicato di recente da Apogeo Editore, è un piccolo e prezioso archivio di storie, raccolte prevalentemente negli anni Settanta, ben prima che i testimoni se ne andassero.
Ci ritrovo ad esempio Renato Baccara, ultimo testimone ancora in vita, a cui la rivista REM aveva dedicato un’intervista un paio di anni fa e che qui svela la sua affascinante figura di colto autodidatta, che fissa i ricordi di quand’era giovane barcaro con l’inchiostro o sulla tela.
Il pregio principale di questo libro, comunque, è di non limitarsi a riportare nomi, date e luoghi, né cadere nel mito dei bei tempi andati, ma ricordare invece le fatiche, le vere e proprie sofferenze, la precarietà, la povertà e la mancanza di cibo.
Insomma, di ricordare a noi inguaribili nostalgici, che la modernità ha spazzato via molte cose belle – forse un diverso modo di vivere e di relazionarsi agli altri -, ma fortunatamente anche un gran numero di mali che affliggevano l’umanità (almeno a queste latitudine).
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