La scorsa settimana mi sono preso un pomeriggio libero dal lavoro e sono andato a moderare un piccolo, ma importante convegno di Arcisolidarietà. Mi ha fatto molto piacere, perché mi sono sentito un pezzettino, pur piccolo, di un progetto bellissimo.
Il progetto si chiamava “Gli invisibili” ed ha sperimentato per la prima volta a Rovigo un metodo di accoglienza per persone senza casa, basato sulla fiducia e la responsabilità. La cosa è più complessa, ovviamente. Dietro c’è uno staff di operatori, oltre ai volontari, che ha reso possibile per un gruppetto di persone trovare una soluzione abitativa e da lì iniziare a ricostruire la propria esistenza.
C’era da parlare dei risultati e questa è stata la parte più emozionante. Quando si tratta di mostrare i risultati, si tende a proporre una pletora di dati, grafici e tabelle, che solitamente non dicono niente. Dire che Arcisolidarietà dal 2003 ha accolto oltre mille persone all’asilo notturno “Arcobaleno” significa soffermarci sulla superficie dell’attività. L’accoglienza, di fatto, è un mezzo. Il fine è che la persona rimasta senza casa e lavoro trovi una soluzione ai suoi casini.
Questo ovviamente è più difficile, un po’ perché non sempre i dati ci raccontano successi eclatanti, ma soprattutto perché occorre il tempo e l’opportunità di scavare in profondità.
Del progetto “Gli invisibili” ho apprezzato molto il fatto che ci si sia dati da subito il tempo e l’opportunità di scavare in profondità, raccogliendo le storie significative di chi è stato accolto da Arcisolidarietà.
Sono diverse e tutte colpiscono l’animo. A me ha lasciato il segno quella di Roberto, che grazie alla sua nuova soluzione abitativa, racconta, ha finalmente un posto in cui invitare suo figlio a cena, stare del tempo assieme, ricostruire un rapporto lacerato dalle difficoltà familiari ed economiche. Storie come questa commuovono ed è un bene: aiutano a capire cosa significhi, per un essere umano, essere trasformato in “senza fissa dimora”.
Ci aiutano a sentirci più vicini a persone che sono, nella nostra percezione, in un altro mondo. Ci aiutano anche a capire a cosa servono concretamente progetti come “Gli invisibili”, più dei numeri sulle persone accolte, le ore impiegate, i soldi spesi.
Lo sa bene chi scrive film, libri, fumetti: le storie sono fatte di emozioni e le emozioni ci consentono di riconoscere un nostro simile nella storia e a metterci nei suoi panni.
Le storie delle persone ci liberano anche dall’ansia da prestazione. Certo, valutare ciò che si fa è fondamentale, ma non sono le percentuali di successo a raccontare come è andata. Dove sono le persone a contare, è la sorte di ciascuna di loro ad avere importanza, non le percentuali.
Sempre premesso che il fine è aiutare a trovare una via d’uscita (e che però non sempre è possibile farlo), sono convinto che sia già un valore essere stati al loro fianco, quando erano nel momento più buio. Esserci è già importante: è l’antidoto a quel male squallido che è l’indifferenza. Delle persone che ci sono state vicine quando soffrivamo, in fondo, ci si ricorda per sempre.
Foto della mostra fotografica di Ludovico Guglielmo
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