Si abusa spesso del termine “visionario“, eppure è forse tra gli aggettivi che meglio descrivono “L’inquisitore”, l’incredibile opera a fumetti uscita in edicola in questi giorni come speciale estivo della collana “Le storie” di Sergio Bonelli Editore.
Visionario lo è l’autore, Gianfranco Manfredi, che da sempre mette nelle sue storie, pur calate in contesti storici meticolosamente studiati, elementi visionari: penso a molti suoi romanzi, ma anche alla serie a fumetti Magico Vento, western che metteva al centro la cultura degli indiani d’America.
Visionarie sono le tavole di Antonio Lucchi, per le quali qualsiasi aggettivo mi suona eufemistico. Qui Lucchi passa dalle già spettacolari tavole in bianco e nero, viste su Adam Wild, ad un’opera interamente a colori, in cui ogni vignetta è praticamente un quadro.
Si ha l’impressione, avanzando nel viaggio assieme ai protagonisti della storia, di vivere un sogno, che in alcuni tratti assume l’aspetto di un’allucinazione. In un paio di momenti la forza delle tavole dà un senso di vertigine. Ed è incredibile come Lucchi riesca ad ottenere allo stesso tempo l’originalità del segno, la bellezza delle tavole, la varietà delle atmosfere (via via cupe, solari, gotiche, oniriche), l’espressività dei personaggi e pure il dinamismo delle scene d’azione, come i duelli a colpi di spada o il frenetico finale.
Qualsiasi aggettivo sarebbe un eufemismo perché, semplicemente, Lucchi qui mi pare abbia creato qualcosa sui generis, su cui l’enfasi non sarà mai troppa. Davvero, un ‘opera che è in qualche modo una pietra miliare, dal punto di vista grafica.
Il talento fuori scala di Lucchi qui è davvero ciò che serviva per restituire la potenza visionaria delle storie di Manfredi, come sempre al servizio di un plot intrigante e ricco di suggestioni.
La storia, ambientata nella Spagna del Seicento, racconta preciso contesto storico e religioso, ma anche elementi del folklore locale e gitano (che Manfredi aveva già affrontato in uno dei suoi racconti di “Ultimi vampiri” e in un albo di Magico Vento) e risvolti teologici. A partire – questa è la forza delle storie di Manfredi – dai personaggi, come l’intrigante protagonista: tormentato, a tratti malinconico, ma anche risoluto e intrepido.
Lascia un solo rammarico: che sia già finita. Resta la voglia di leggerne altre, per saperne di più di personaggi come Gonzalo, inevitabilmente “sacrificato” per dare lo spazio necessario al protagonista Santiago. O come il piccolo Barban, anch’esso sufficientemente interessante da meritare una storia a sé. Ha solo 128 pagine, Manfredi, in cui far apparire in scena molte cose: e allora abbozza i personaggi quanto basta a dar loro il giusto spessore, fa degli accenni, lascia molte suggestioni, su cui verrebbe voglia di sapere di più.
Ci si alza da tavola come prevede il galateo, soddisfatti, ma ancora con un po’ di appetito. C’è da augurarsi che seguano altre storie di Manfredi, ambientate in questo filone narrativo. Ma si sa già che sarà così.
Fonte delle tavole: www.sergiobonelli.it/news/2018/07/11/gallery/lotta-alle-forze-del-male-1003190
