Sembra che ce lo diciamo per consolarci, che piccolo è bello. Invece è vero: almeno per me, piccolo è bello, perché rimanere “piccoli” è davvero bello e può perfino avere valore.In questi giorni ho fatto un piccolo tour con il mio editore, Paolo Spinello, per presentare “Le mille verità” in due occasioni speciali, a Ferrara e Rovigo. Per me è passato oltre un anno da quando ho completato il romanzo e nove mesi da quando è stato pubblicato, perciò è una strana sensazione parlare in pubblico di qualcosa che per me è compiuto, mentre (tra l’altro) sto dedicandomi ad altre storie.
Ma quando si è piccoli e non si bruciano migliaia di copie in un mese, bisogna prepararsi a portare in giro a lungo la propria opera. Le presentazioni non sono qualcosa che amo profondamente, per due ragioni: dal punto di vista pratico, richiedono una preparazione, che mi crea ansia; sul piano personale, parlare delle cose che faccio non mi è mai venuto benissimo.

Tutto ciò premesso, fortunatamente in questo mini tour, la data di Rovigo ha ovviato a entrambe le due problematiche. Il giorno prima ero stato a Ferrara, nella bellissima biblioteca Ariostea: un piccolo incontro, con pochissimo pubblico, in territorio per me sconosciuto, che si è trasformato in una piacevole chiacchierata. Abbiamo finito per parlare non solo del libro e del nuovo numero di REM, ma anche dell’eterno confronto tra Ferrara e Rovigo (per me inevitabile, dato che il ramo paterno della famiglia ha le radici in terra estense).
Le soddisfazioni maggiori, comunque, sono venute di nuovo a Rovigo, nell’incontro organizzato dall’associazione Renzo Barbujani. Organizzato bene, va detto, cosa che ha molto limitato le mie ansie nelle ore precedenti l’evento.

Praticamente per caso, poi, all’incontro abbiamo avuto la fortuna di avere Sandro Marchioro (editor di Apogeo e penna tra le migliori della provincia tra i due fiumi) e Mario Bellettato, scrittore e polemista, che collabora con REM.
Così, al posto della consueta chiacchierata tra me e Paolo, è nata un’ampia chiacchierata a quattro, in cui Sandro e Mario hanno parlato del mio libro in modo tanto serio e puntuale, che a me è rimasto il mio ruolo preferito: cercare di far ridere il pubblico.
E’ stato un bell’incontro, quello tra Apogeo/Rem e l’associazione Barbujani, perché ha messo a confronto due realtà impegnate in una stessa missione: valorizzare la cultura dei “piccoli”, dei territori, di chi va contro la corrente, di chi fa le cose per semplice passione e non esclusivamente per seguire le leggi di mercato.
Lo dico nn per negare l’importanza delle cose fatte seguendo le leggi del mercato, ma solo per ricordare che non esiste solo ciò che funziona secondo le leggi del mercato, ciò che “va per la maggiore”.
Forse Sandro è molto radicale, quando afferma che la letteratura italiana oggi è illeggibile, piatta, massificata (ma è questa radicalità è quanto più adoro di Sandro). Eppure, la sua riflessione tradisce semplicemente uno “stile di vita”, una visione del mondo.

Negli ecosistemi la biodiversità – ossia l’interazione di tante piccole varietà – è un valore. Sappiamo anche quante specie vegetali e animali vengono spazzate via, da secoli, per gli effetti del mercato, che predilige due o tre varietà di patate, le più redditizie, anziché le centinaia di varietà esistenti fino a qualche secolo fa. Sappiamo anche che la perdita di centinaia di varietà di patate è un danno incalcolabile agli ecosistemi, alla salute umana e all’esperienza che possiamo fare dei sapori, dei colori, degli odori e delle percezioni tattili.
C’è chi queste specie di patate, che si davano per scomparse, cerca proprio di recuperarle. Anche se non “rendono” come le altre. Anche se coltivarle è da sfigati. Lo fa perché sente che va fatto, per non perdere qualcosa di importante.
Si potrebbe fare lo stesso discorso per le lingue e per le culture umane, da sempre in balia di due forze: quella che le sta spazzando via, per sostituirle con uno o pochi modelli di massa, e quella di chi cerca di preservare la diversità, come valore fine a se stesso.
A me sembra che Apogeo editore faccia una cosa del genere. E anche le piccole associazioni culturali, che organizzano incontri con piccoli autori, sapendo bene che probabilmente non avranno mai l’attenzione delle masse, ma un piccolo pubblico di affezionati.
E pazienza. Perché questo “piccolo” serve comunque e sa essere a volte bello quanto una piazza piena di persone. Almeno per me, è un valore di riferimento, uno stile di vita. Sarà che soffro di agorafobia.
Grazie all’ospitalità della biblioteca Ariostea di Ferrara e all’associazione Renzo Barbujani, in particolare a Paolo Bordin ed Eva Grandi, grazie a Cristina Sartorello per aver agevolato le cose e per le foto in questa pagina, grazie a Claudia per essere riuscita a essere a Ferrara e a Mattia (che per esserci ha fatto un discreto pezzo di strada e questa cosa mi ha commosso), a Paolo e a Cinzia. Avere degli amici tra il pubblico è un grande conforto.
Concordo con le tue riflessioni, e bisogna dare merito, oltre che agli autori per primi, anche gli editori, quelli piccoli e medi, che cercano di garantire la diversità e la possibilità di presentare voci diverse: una pluralità che garantisce ricchezza culturale e quindi umana.
Soprattutto agli editori, che con i libri pubblicati ci devono campare. 🙂
Almeno nel mio caso, ho avuto la fortuna di essere pubblicato da un editore che si è assunto il rischio, investendo risorse economiche nel mio libro.
Se per me tutto può rimanere tranquillamente una questione idealistica, per l’editore è davvero una questione esistenziale. Scegliere di rischiare e andare controcorrente richiede una grande forza, quando le tue scelte influenzano la tua capacità di pagare le bollette.